“La carriera degli uomini migliori ci preme, non solo per loro, ma per noi, in quanto rappresenta un interesse sociale, ed il provvedervi è perciò un dovere dello Stato. E poiché gli uomini migliori e più utili alla collettività non sono di regola né i più ricchi, né quelli dotati di quelle forze che servono nella vita per prevalere contro i sopraffattori e gli arrivisti – poiché gli uomini migliori sono generalmente giusti, miti e modesti – occorre che la collettività stessa, nel suo stesso interesse, li aiuti, occorre che lo Stato faccia sua la loro causa. Il fatto poi che un fannullone o un inetto riesca a carpire un titolo ed a servirsene per occupare un posto a cui non è atto, non è cosa che riguarda lui soltanto o soltanto la sua famiglia, ma è cosa che tocca nei più vitali interessi la società tutta quanta. La carriera degli uomini peggiori deve impensierirci, non per loro, ma per noi, e la società ha il diritto e il dovere di intervenire e di difendersi dal pericolo che questi uomini rappresentano”.
Gustavo Colonnetti

"E’ difficile farsi capire. E qualche volta non conviene " di Francesco Alberoni
Ogni volta che parliamo, dobbiamo usare un linguaggio appropriato al nostro interlocutore. Non alzeremo la voce nella stanza di un ammalato, non diremo barzellette e non sghignazzeremo a un funerale, non useremo espressioni difficili con i bambini piccoli ed esporremo gradualmente i concetti, aiutandoci con esempi, se dobbiamo insegnare qualcosa di complicato. Ma vi sono dei casi in cui questi vincoli costituiscono uno sbarramento alla nostra possibilità di comunicazione. Immaginiamo di aver risolto un importante teorema matematico e di trovarci in rapporto solo con la gente comune. Se ti sforzi di spiegare loro ciò che hai fatto, non solo non capiscono, si stancano, si irritano. E, se insisti, ti considerano pedante, noioso, ti escludono dalla loro compagnia. La tua scoperta puoi raccontarla solo ai tuoi colleghi matematici, ed anche allora con prudenza, solo a quelli disposti a capire. Lo stesso vale in ogni campo del sapere: la storia, la filosofia, la letteratura, la fine analisi psicologica. La maggior parte della gente non ha voglia di complicazioni intellettuali. In televisione cerca prima di tutto spettacoli di intrattenimento. Nei dibattiti politici non vuol sentire le ragioni degli avversari, ma quelle dei suoi. Non le interessa il perché delle cose, ma consigli pratici, ricette. Per questo ci sono tante trasmissioni di cucina e rubriche di medicina. E, nei talk show, si aspetta che voi siate brillanti, leggeri come nelle conversazioni a tavola, passando da un argomento a un altro. Se volete essere meticolosi, precisi, non vi inviteranno più.
Quanto più l'esperienza è profonda; tanto più occorre essere prudenti. Non puoi raccontare una esperienza mistico-religiosa, e perciò carica di mistero, a gente che non crede, a cui manca la sensibilità adeguata, perché ti guarderebbe con sospetto, diffidenza e, alla fine, ti deriderebbe e ti screditerebbe socialmente. Devi tenerla dentro di te, segreta, ricavarne la forza con cui resistere alle avversità, con cui fare delle azioni giuste, buone, migliorarti. Potrai parlarne solo eccezionalmente, quando incontri chi ti può capire. Vi riconoscerete immediatamente da una parola, da un cenno. Ma siate sempre riservati perché, se gli altri vi ascoltano, non comprendendovi possono farvi del male. Non siate troppo generosi con coloro che non lo meritano. Perché prenderanno la vostra generosità per debolezza, e si convinceranno che sia loro tutto dovuto. E più date, più vorranno, fino a rivoltarsi contro di voi per portarvi via ogni cosa. Se poi siete animati da un ideale e dedicate la vostra vita a creare qualcosa di grande e prezioso, non sperate che gli altri capiscano le vostre motivazioni. Non mettete mai la vostra opera in mano a persone avide. Più parlate loro di ideali, più vi considereranno un ingenuo e, non appena saranno sicuri di avere in mano il potere, vi attaccheranno, vi distruggeranno per portarvi via ciò che avete fatto e usarlo per i loro scopi egoistici. In Matteo 7,6 sta scritto: «Non date ciò che è santo ai cani; ne gettate ai porci le vostre perle, per tema che le calpestino con le zampe e si rivoltino a sbranarvi».


Un giorno il Sultano cavalcava nelle strade di Istanbul, circondato da cortigiani e soldati. Tutta la popolazione della città venne fuori per vedere il Sultano. Ognuno s'inchinò al passaggio del Sultano, eccetto un solo cencioso derviscio. Il Sultano fece fermare la sua processione e si fece condurre il derviscio. Volle sapere perché il derviscio non si era inchinato al suo passaggio. Il derviscio rispose: "Sì inchini a voi tutta questa gente. Essi vogliono tutti ciò che voi avete: denaro, potere, stato sociale. Grazie a Dio queste cose non significano più nulla per me. Inoltre, perché devo inchinarmi a voi, mentre io ho due schiavi che sono vostri padroni?" La folla rimase senza fiato e il Sultano impallidì di collera. "Che cosa intendi dire?" gridò. "I miei due schiavi che sono vostri padroni sono l'ira e la bramosia" disse calmo il derviscio, guardando bene in faccia il Sultano. Riconoscendo la verità di quanto aveva udito, il Sultano si inchinò al derviscio.

Odio gli indifferenti. Credo come Federico Hebbel che «vivere vuol dire essere partigiani». Non possono esistere i solamente uomini, gli estranei alla città. Chi vive veramente non può non essere cittadino, e parteggiare. Indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti. L'indifferenza è il peso morto della storia. E' la palla di piombo per il novatore, è la materia inerte in cui affogano spesso gli entusiasmi più splendenti, è la palude che recinge la vecchia città e la difende meglio delle mura più salde, meglio dei petti dei suoi guerrieri, perché inghiottisce nei suoi gorghi limosi gli assalitori, e li decima e li scora e qualche volta li fa desistere dall'impresa eroica. L'indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. E' la fatalità; e ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che si ribella all'intelligenza e la strozza. Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, il possibile bene che un atto eroico (di valore universale) può generare, non è tanto dovuto all'iniziativa dei pochi che operano, quanto all'indifferenza, all'assenteismo dei molti. Ciò che avviene, non avviene tanto perché alcuni vogliono che avvenga, quanto perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia fare, lascia aggruppare i nodi che poi solo la spada potrà tagliare, lascia promulgare le leggi che poi solo la rivolta farà abrogare, lascia salire al potere gli uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare. La fatalità che sembra dominare la storia non è altro appunto che apparenza illusoria di questa indifferenza, di questo assenteismo. Dei fatti maturano nell'ombra, poche mani, non sorvegliate da nessun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa. I destini di un'epoca sono manipolati a seconda delle visioni ristrette, degli scopi immediati, delle ambizioni e passioni personali di piccoli gruppi attivi, e la massa degli uomini ignora, perché non se ne preoccupa. Ma i fatti che hanno maturato vengono a sfociare; ma la tela tessuta nell'ombra arriva a compimento: e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia che un enorme fenomeno naturale, un'eruzione, un terremoto, del quale rimangono vittima tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente. E questo ultimo si irrita, vorrebbe sottrarsi alle conseguenze, vorrebbe apparisse chiaro che egli non ha voluto, che egli non è responsabile. Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi anch'io fatto il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, il mio consiglio, sarebbe successo ciò che è successo? Ma nessuno o pochi si fanno una colpa della loro indifferenza, del loro scetticismo, del non aver dato il loro braccio e la loro attività a quei gruppi di cittadini che, appunto per evitare quel tal male, combattevano, di procurare quel tal bene si proponevano. I più di costoro, invece, ad avvenimenti compiuti, preferiscono parlare di fallimenti ideali, di programmi definitivamente crollati e di altre simili piacevolezze. Ricominciano così la loro assenza da
ogni responsabilità. E non già che non vedano chiaro nelle cose, e che qualche volta non siano capaci di prospettare bellissime soluzioni dei problemi più urgenti, o di quelli che, pur richiedendo ampia preparazione e tempo, sono tuttavia altrettanto urgenti. Ma queste soluzioni rimangono bellissimamente infeconde, ma questo contributo alla vita collettiva non è animato da alcuna luce morale; è prodotto di curiosità intellettuale, non di pungente senso di una responsabilità storica che vuole tutti attivi nella vita, che non ammette agnosticismi e indifferenze di nessun genere. Odio gli indifferenti anche per ciò che mi dà noia il loro piagnisteo di eterni innocenti. Domando conto ad ognuno di essi del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime. Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze virili della mia parte già pulsare l'attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c'è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano nel sacrifizio; e colui che sta alla finestra, in agguato, voglia usufruire del poco bene che l'attività di pochi procura e sfoghi la sua delusione
vituperando il sacrificato, lo svenato perché non è riuscito nel suo intento. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.
Antonio Gramsci
"LaCittà futura", 1917

Che piacere rimane? E la vita che cosa diventa? Nella stessa maniera dico: la virtù, la generosità, la sensibilità, la corrispondenza vera in amore, la fedeltà, la costanza, la giustizia, la magnanimità ecc. Umanamente parlando sono enti immaginari. E tuttavia l’uomo sensibile se ne trovasse frequentemente nel mondo sarebbe meno infelice, e se il mondo andasse più dietro a questi enti immaginari (astraendo ancora da una vita futura), sarebbe molto meno infelice. […] Non c’è maggiore illusione ovvero apparenza di piacere che quello che deriva dal bello dal tenero dal grande dal sublime dall’onesto. Laonde quanto più queste cose abbondassero, sebbene illusorie, tanto meno l’uomo sarebbe infelice.
G. Leopardi

SIAMO NOI A DARE UN'ANIMA AL MEDITERRANEO
I1 Mediterraneo deve il suo nome alla collocazione geografica che lo costi tuiva cuore del mondo abitato, "ma­re tra le terre", suppone ai commerci di Fenici, Egizi, Greci, Cartaginesi, Iberi e Romani. Mare nostrum, lo chiamavano questi ultimi, una volta diventati i domi­natori di quelle acque che più che divi­dere univano terre, culture, religioni...
Mare che segnava i confini del mondo conosciuto, mare "abbracciato" dal­l'Impero romano che sembrava esten­dersi a macchia d'olio proprio a partire dalle sponde bagnate da quelle acque.
Sulle sponde orientali di quel mare si sono pure affacciate le tre grandi religioni monoteistiche e da li sono salpati in tempi e con modalità diversi anche gli annunciatori di una "Parola" considera­ta espressione della volontà di Dio per tutti gli uomini.
Mediterraneo, mare emblematico ancora oggi che ha perso molta della sua importanza strategica; simbolo contraddittorio di tanti aspetti della società sorta proprio da quella "culla di civiltà" che il Mediterraneo è stato. Da un lato, il brulicare di turisti vacanzieri lungo le coste dalla Turchia alla Spagna, dal Ma­rocco all'Egitto: gente in vacanza festo­sa, immersa in un cieco consumismo e sovente in un'ostentazione di ricchez­za e potere. D'altro lato, l'approdare su alcune di quelle stesse coste di migliaia di esseri umani, vivi o morti, poveri "che corrono dove c'è il pane"; esuli e profughi in fuga dagli orrori della guer­ra, della violenza cieca, dell'angoscia delle prigioni, della chiusura di ogni orizzonte di speranza; migliaia di perso­ne che noi definiamo sovente solo con aggettivi, negando loro perfino la dignità del nome: uomini, donne e bambini che vivono terribili drammi di morte per fame e per sete, alla ricerca di una terra in cui finalmente essere accolti e in cui avere semplicemente una vita de­gna di questo nome.
E ancora, Mediterraneo, un tempo "culla di civiltà", che ora assiste allo scatenarsi della barbarie, che "culla" sulle sue onde navi da guerra cariche di strumenti di morte, che osserva mu­to il suo cielo terso solcato da aerei da combattimento e da fumi di incendi.
Sulle coste orientali di questo mare si leva ancora una volta la bestia inferna­le della guerra che non riconosce più ci­vili né bambini: il Libano e i suoi abitan­ti sono vittime della distruzione e della violenza cieca dei bombardamenti, fiu­mane di persone sono private di tutto, abbandonate a nutrire odio verso i loro vicini di Israele, che a loro volta vivono rintanati nei rifugi per sfuggire alla mor­te che piove con i missili.
Una guerra atroce che inquina il ma re ancor più di quanto non faccia l’”oro nero", sempre più oro di prezzo e sem­pre più nero di sangue, una guerra cui nessuno vuole mettere fine prima di averla vinta, ignorando che ogni guerra non ha mai vincitori, ma solo sconfitti. Sì, il Mediterraneo, come ogni altro mare, non ha un'anima, può essere vei­colo e ricettacolo di vita come di morte, può assistere a gesti di brutalità inaudi­ta come di ammirevole abnegazione, così come può cullarsi nella nostra col­pevole indifferenza. Ma il Mediterra­neo, come ogni mare, come ogni spazio "tra le terre", riceve l'anima che gli dia­mo noi uomini e donne che ne abitia­mo le sponde e ne usiamo le acque: sta a noi decidere quale anima gli conferia­mo, sta a noi "sanarne" le onde renden­dole acque di pace e di accoglienza, sta a noi fare del Mare nostrum, del "no­stro" mare, il mare di tutti, la culla di una civiltà in cui ogni essere umano che viene al mondo è libero di amare e di essere amato, una civiltà in cui la vita è più forte della morte.
Enzo Bianchi  - Priore della Comunità di Bose
(tratto da F.C. n°34/2006)


La Madonna, con il Bambino Gesù fra le braccia, aveva deciso di scendere in Terra per visitare un monastero. Orgogliosi, tutti i monaci si misero in una lunga fila, presentandosi ciascuno davanti alla Vergine per renderle omaggio. Uno declamò alcune poesie, un altro le mostrò le miniature che aveva preparato per la Bibbia e un terzo recitò i nomi di tutti i santi. E così via, un monaco dopo l'altro, tutti resero omaggio alla Madonna e al Bambino. All'ultimo posto della fila ne rimase uno, il monaco più umile del convento, che non aveva mai studiato i sacri testi dell'epoca. I suoi genitori erano persone semplici, che lavoravano in un vecchio circo dei dintorni, e gli avevano insegnato soltanto a far volteggiare le palline in aria. Quando giunse il suo turno, gli altri monaci volevano concludere l'omaggio perché il povero acrobata non aveva nulla di importante da dire e avrebbe potuto sminuire l'immagine del convento. Ma anche lui, nel profondo del proprio cuore, sentiva un bisogno immenso di offrire qualcosa a Gesù e alla Vergine. Pieno dì vergogna, sentendosi oggetto degli sguardi di riprovazione dei confratelli, tirò fuori dalla tasca alcune arance e cominciò a farle volteggiare: perché era l'unica cosa che egli sapesse fare. Fu solo in quell'istante che Gesù Bambino sorrise e cominciò a battere le mani in braccio alla Madonna. E fu verso quel monaco che la Vergine tese le braccia, lasciandogli tenere per un po' il bambinello.


Due amici stavano camminando nel deserto. Ad un certo punto iniziarono a discutere ed un amico diede uno schiaffo all'altro. Quest'ultimo addolorato, senza dire nulla, scrisse nella sabbia: Il mio migliore amico oggi mi ha dato uno schiaffo. Continuarono a camminare sino a raggiungere un'oasi dove decisero di fare il bagno. L'amico che era stato schiaffeggiato rischiò di affogare ma il suo amico lo salvò. Quando si fu ripreso scrisse su una pietra: Il mio migliore amico oggi mi ha salvato la vita. L'amico che aveva dato lo schiaffo e aveva salvato il suo migliore amico domandò: "Quando ti ho ferito hai scritto sulla sabbia e adesso lo fai su una pietra. Perchè?". L'altro amico rispose: "Quando qualcuno ci ferisce dobbiamo scriverlo nella sabbia, dove i venti del perdono possano cancellarlo. Ma quando qualcuno fa qualcosa di buono per noi allora dobbiamo inciderlo sulla pietra, dove nessun vento possa mai cancellarlo."


LA MITEZZA
“Beati i miti, perché possiederanno la terra”. Avranno tutto ai loro piedi, tutto sarà a loro disposizione: amici, serenità, bontà, pace... Martin Luther King disse: “Nella nostra epoca, la scelta è tra la non violenza e la non esistenza”. O scegliamo la mitezza, la comprensione, il perdono reciproco, oppure periremo tutti. Questo è il messaggio. Grazie a persone straordinarie, quali Gandhi, Martin Luther King, Madre Teresa, Tonino Bello, Oscar Romero, Thic Nath monaco buddhista vietnamita, e numerosissimi altri, oggi cominciamo ad essere sufficientemente sensibilizzati ed attenti alla nonviolenza su larga scala: una non violenza come scelta politica e sociale. Ma esiste anche una non violenza spicciola. La mitezza non gode di buona fama, nella nostra cultura: per la maggior parte delle persone essa coincide con la debolezza, la passività, la pusillanimità, la timidezza, il timore di agire. Perfino i genitori incitano i loro figli a “farsi rispettare”. Con i pugni, i calci, le cattive parole – qualsiasi arma va bene – ma “farsi rispettare”. In questo contesto, la mitezza appare come una moneta fuori corso, datata. Inutilizzata ed inutilizzabile. Ma la mitezza è altro. Di certo, non è debolezza o passività. Il mite è la persona accogliente, buona, pronta a comprendere ed a perdonare; capace di controllare e di gestire le proprie reazioni emozionali. Invece di andare in escandescenza per ogni piccola contrarietà e per i vari intoppi quotidiani, la persona mite si mantiene tranquilla e serena. Anche se talvolta è un'impresa difficile. E' facile lasciarsi trascinare dai propri impulsi e dai propri scatti d'ira: tutti fanno così. La prassi abituale, infatti, è quella di reagire con violenza e di aggredire a nostra volta l'offensore, qualunque sia il tipo di offesa, fisica o puramente verbale. Anzi, non ci limitiamo solo a difenderci, ma vorremmo andare oltre e schiacciare il nostro avversario; disintegrarlo e fargli sentire in ogni modo la nostra superiorità. Il mite, all'opposto, si rende perfettamente conto della situazione. Non è uno stupido: sa bene che quella persona lo sta insultando o lo provoca, è cosciente delle parole che essa ha usato, del contesto scelto, della mimica facciale... Potrebbe tacitarla ed umiliarla con due battute ben azzeccate, sovraccariche di disprezzo e di ironia, o, peggio, con un pugno ben assestato. Ma invece di lasciarsi coinvolgere in reazioni rabbiose, preferisce controllarsi e non ripagare il male con il male. Prenderà posizione e dirà la sua tranquillamente. Come il Cristo percosso, potrà chiedere, con umile dignità: “Perché mi hai percosso? Se ho parlato male, dimmi dove ho sbagliato. Se ho parlato bene, perché mi percuoti?” Il mite non reagisce in malo modo se una macchina gli taglia la strada, se c'è una coda da fare, se viene contraddetto o se qualcuno non lo saluta. Il mite sa bene che la spirale della violenza e dell'odio, su piccola o su grande scala, non può essere interrotta che dalla pace e dal perdono. Non c'è altro modo. Il mite è la persona misericordiosa che imita Dio, il quale fa splendere il sole sul buoni e sul cattivi e che regala la sua pioggia ai giusti ed agli ingiusti. Nel mondo di oggi, caratterizzato dalla violenza e dalla prevaricazione, si fa sentire tanto più acuta la necessità della mitezza, quanto più se ne constata la mancanza. La mitezza, infatti, è un ingrediente importante per una buona e pacifica convivenza. La mitezza spesso ci appare non solo come utopia, come ideale difficilmente raggiungibile, ma come una qualità estremamente personale: quindi, una virtù che riguarda direttamente ed esclusivamente il singolo individuo. In realtà, essa ha un importante ruolo nella vita civile e collettiva. Dovremmo cominciare a viverla e ad effonderla con dovizia ed abbondanza per migliorare tutto il mondo. Se cerchiamo le sue tracce nella stampa, nei films o nei mass media, rimarremo delusi: in essi, infatti, troviamo soprattutto violenza ed aggressività. E' la violenza, non la mitezza, che fa scalpore e notizia, capace com'è di eccitare reazioni forti. La mitezza non troverà mai posto sulle pagine d'un quotidiano, perché è umile, poco appariscente, modesta. “Fa più rumore un solo albero che cade, che non mille alberi che crescono silenziosamente” recita un vecchio proverbio. Nel Discorso della Montagna, Gesù ha onorato i miti, dichiarandoli beati, fortunati, felici. I miti sono uomini contenti, in pace con se stessi e con gli altri. Non ignorano le sofferenze che affliggono gli uomini, anzi, tentano di intervenire e di combatterle. Il loro metodo di lotta però è pacifico ed aborrisce l'uso della forza. Il mite è disposto ad affrontare disarmato il suo aggressore fino a metter in gioco la vità; perché conosce bene la forza della mitezza. La sua visione superiore della realtà gli fa vedere orizzonti che la maggior parte delle persone, immerse nelle tenebre della violenza e dell'odio, non riesce a scorgere. Egli sa che, prima o poi, la sua idea trionferà. Il mite, uomo dalla straordinaria grandezza d'animo, crede contro ogni speranza nell'avvento d'una coabitazione pacifica, dove le persone potranno incontrarsi e vivere nella pace. Vi sono persone violente e prepotenti. Vi sono persone deboli, non miti, ma deboli. Non sanno imporsi, non sanno decidersi, non sanno assumersi responsabilità. Persone timorose di tutto: di sé e degli altri. E vi sono persone miti. Forti, buone, aperte, capaci di autocontrollo e di scelte personali. Beati i miti: essi erediteranno la terra. In particolare, verrà loro data la terra dei buoni rapporti interpersonali. E' facile ed è bello contattare una persona mite. Non ti fa paura, non ti mette soggezione: la senti accettante, piena di bontà e di misericordia. Non ti giudica e tanto meno ti condanna. Oggi, in un modo del tutto particolare, sentiamo bisogno di persone miti, che sanno rispondere al male con il bene, che porgono – almeno moralmente – l'altra guancia. Che sanno molto bene che il reagire in malo modo innesca una infinita serie di mali a cascata. E che l'unica chiave di soluzione è l'amore.
G. Brondino
Uomini per gli uomini (n. 5, dicembre 2000)

Auguri scomodi
Carissimi, non obbedirei al mio dovere di vescovo, se vi dicessi “Buon Natale” senza darvi disturbo. Io, invece, vi voglio infastidire. Non sopporto infatti l’idea di dover rivolgere auguri innocui, formali, imposti dalla routine di calendario. Mi lusinga addirittura l’ipotesi che qualcuno li respinga al mittente come indesiderati. Tanti auguri scomodi, allora, miei cari fratelli! Gesù che nasce per amore vi dia la nausea di una vita egoista, assurda, senza spinte verticali e vi conceda di inventarvi una vita carica di donazione, di preghiera, di silenzio, di coraggio. Il Bambino che dorme sulla paglia vi tolga il sonno e faccia sentire il guanciale del vostro letto duro come un macigno, finché non avrete dato ospitalità a uno sfrattato, a un marocchino, a un povero di passaggio. Dio che diventa uomo vi faccia sentire dei vermi ogni volta che la vostra carriera diventa idolo della vostra vita, il sorpasso, il progetto dei vostri giorni, la schiena del prossimo, strumento delle vostre scalate. Maria, che trova solo nello sterco degli animali la culla dove deporre con tenerezza il frutto del suo grembo, vi costringa con i suoi occhi feriti a sospendere lo struggimento di tutte le nenie natalizie, finché la vostra coscienza ipocrita accetterà che il bidone della spazzatura, l’inceneritore di una clinica diventino tomba senza croce di una vita soppressa. Giuseppe, che nell’affronto di mille porte chiuse è il simbolo di tutte le delusioni paterne, disturbi le sbornie dei vostri cenoni, rimproveri i tepori delle vostre tombolate, provochi corti circuiti allo spreco delle vostre luminarie, fino a quando non vi lascerete mettere in crisi dalla sofferenza di tanti genitori che versano lacrime segrete per i loro figli senza fortuna, senza salute, senza lavoro. Gli angeli che annunciano la pace portino ancora guerra alla vostra sonnolenta tranquillità incapace di vedere che poco più lontano di una spanna, con l’aggravante del vostro complice silenzio, si consumano ingiustizie, si sfratta la gente, si fabbricano armi, si militarizza la terra degli umili, si condannano popoli allo sterminio della fame. I Poveri che accorrono alla grotta, mentre i potenti tramano nell’oscurità e la città dorme nell’indifferenza, vi facciano capire che, se anche voi volete vedere “una gran luce” dovete partire dagli ultimi. Che le elemosine di chi gioca sulla pelle della gente sono tranquillanti inutili. I pastori che vegliano nella notte, “facendo la guardia al gregge”, e scrutano l’aurora, vi diano il senso della storia, l’ebbrezza delle attese, il gaudio dell’abbandono in Dio. E vi ispirino il desiderio profondo di vivere poveri che è poi l’unico modo per morire ricchi. Buon Natale! Sul nostro vecchio mondo che muore, nasca la speranza.
Mons. Tonino Bello
(1935 - 1993)

Quel che è avvenuto a Colonia in questi giorni ha toccato anche la sensibilità dei laici. A toccare i loro sentimenti non sono stati tanto i discorsi di Benedetto XVI, che sono certamente espressione di profonda religiosità e alta civiltà, normalità però nel pensiero e nella predicazione di un Papa, quanto invece la percezione che qualcosa di nuovo, di forte stia avvenendo nella vecchia Europa, rivelatasi debole politicamente e povera di contenuti culturali.
Le giornate di Colonia non vanno prese isolatamente ma come la conseguenza di un movimento culturale che ha preso vita col pontificato di Giovanni Paolo II e che appunto a Colonia ha trovato conferma e continuazione. Quel che si è sviluppato negli ultimi due decenni sotto l'egida di Wojtyla ha dello straordinario, senza precedenti. Questo Papa polacco, il primo non italiano dopo quasi 500 anni, ha mobilitato masse di fedeli (ha compiuto più di cento viaggi pastorali in giro per il mondo) oscurando ogni altra manifestazione popolare di origine politica o spettacolare. Un Papa, Wojtyla, che ha creato persino preoccupazione negli establishment politici (in Russia e Cina, per esempio) che ne hanno paventato il carisma nel contatto con le folle.
Si può essere laici convinti e praticanti - e chi scrive rivendica laicamente assoluta autonomia di pensiero e di scelte culturali - ma è difficile sfuggire alla considerazione dell'importanza del fenomeno sviluppatosi per l'influsso dell'azione pastorale di Papa Wojtyla. Vent'anni di questa influenza hanno determinato un fenomeno sociale e culturale, oltre che religioso, che nessuna dottrina politica fin qui è riuscita a suscitare, senza peraltro alcuna spinta di interesse materiale o edonistico, elementi invece sempre presenti nei fenomeni politici.
Un evento, questo, che, anche volendo, è impossibile esaminare dal punto di vista antropologico, perché è qualcosa che sfugge ad analisi scientifiche e rientra, più che nella sociologia, nella gnoseologia e, per dirla più comprensibilmente, nell'indagine filosofica ed epistemologica, che quasi sempre riesce a spiegare meglio di qualunque altra metodologia manifestazioni e problemi dell'agire umano. Siamo in presenza di un fatto storico culturale di grande rilievo. Eventi come le grandi adunate di giovani di tutto il mondo, gli eccitanti incontri con Wojtyla, la commozione coinvolgente sopravvenuta alla sua morte, ora la veglia di ottocentomila giovani nella spianata di Marienfeld, sono fatti che escono dalla normalità sociale e culturale. Sono eventi che mettono in ombra la politica, la trascendono, la superano come valore sociale e culturale.
Si potrebbe argomentare che queste masse che si radunano all'ombra della Croce e all'ascolto del vicario di Cristo siano il frutto dell'antipolitica. Che sono insomma moltitudini che deluse dalla politica o comunque lontane dalle idealità e dai riti politici, si rifugiano nella fede religiosa e la esaltano perché muove la loro emotività, le loro sensibilità più profonde e anche - perché non dirlo - più nobili. Soprattutto i giovani, che cercano orizzonti e speranze nel futuro, trovano, si direbbe, in questi incontri con la fede una sorta di nuovo illuminismo, che congiunto a rivelazione e tradizione appare loro capace di risolvere i problemi della civiltà contemporanea.
Un fatto è sicuro: nell'Europa senza forti leadership, il carisma del pontefice cattolico ha decisamente messo in angolo il mondo politico e le sue ideologie, incapace ormai di suscitare tensioni ideali. Questa che stiamo vivendo, insomma, non è più l'età del leaderismo politico. Quali valori forti e seducenti, del resto, esprimono oggi i leader politici, soprattutto in Europa? La nostra società, quella della vecchia Europa, non è certo in declino inarrestabile, ma non ha grandi campioni che chiamino alla partecipazione. Incredibilmente, ma è sostanzialmente vero nella realtà che stiamo vivendo, il successore di Wojtyla, Papa B 16, come è stato battezzato Benedetto XVI dai giovani, campeggia ora sulle moltitudini come il Grande Intellettuale, che finisce per avere ruolo e funzione non solo di ombudsman della fede ma di assertore di un nuovo illuminismo, quello che nei secoli scorsi ebbe araldi come Locke, Hume, Voltaire, Montesquieu. È il Papa filosofo che oggi domina la scena. Può anche non piacere questa constatazione obiettiva - che viene, è bene ripeterlo, da un laico convinto - ma è la realtà che stiamo vivendo. Nella speranza che la politica più nobile si svegli, ne prenda atto, provveda a emendarsi.
Egidio Sterpa
Il Giornale, lunedì 22 agosto 2005


Il paradosso del nostro tempo nella storia è che abbiamo edifici sempre più alti, ma moralità più basse, autostrade sempre più larghe, ma orizzonti più ristretti. Spendiamo di più, ma abbiamo meno, comperiamo di più, ma godiamo meno. Abbiamo case più grandi e famiglie più piccole, più comodità, ma meno tempo. Più conoscenza, ma meno giudizio, più esperti, e ancor più problemi, più medicine, ma meno benessere. Beviamo troppo, fumiamo troppo, spendiamo senza ritegno, ridiamo troppo poco, guidiamo troppo veloci, ci arrabbiamo troppo, facciamo le ore piccole, ci alziamo stanchi, vediamo troppa TV, e preghiamo di rado.Abbiamo moltiplicato le nostre proprietà, ma ridotto i nostri valori. Parliamo troppo, amiamo troppo poco e odiamo troppo spesso. Abbiamo imparato come guadagnarci da vivere, ma non come vivere. Abbiamo aggiunto anni alla vita, ma non vita agli anni. Siamo andati e tornati dalla Luna, ma non riusciamo ad attraversare la strada per incontrare un nuovo vicino di casa. Abbiamo conquistato lo spazio esterno, ma non lo spazio interno. Abbiamo creato cose più grandi, ma non migliori. Abbiamo pulito l'aria, ma inquinato l'anima. Abbiamo dominato l'atomo, ma non i pregiudizi. Pianifichiamo di più, ma realizziamo meno. Abbiamo imparato a sbrigarci, ma non ad aspettare. Costruiamo computers più grandi per contenere più informazioni, per produrre più copie che mai, ma comunichiamo sempre meno. Questi sono i tempi del fast food e della digestione lenta, grandi uomini e piccoli caratteri, ricchi profitti e povere relazioni. Questi sono i tempi di due redditi e più divorzi, case più belle ma famiglie distrutte. Questi sono i tempi dei viaggi veloci, dei pannolini usa e getta, della moralità a perdere, delle relazioni di una notte, dei corpi sovrappeso e delle pillole che possono farti fare di tutto, dal rallegrarti al calmarti, all'ucciderti. E' un tempo in cui ci sono tante cose in vetrina e niente in magazzino. Un tempo in cui la tecnologia può farti arrivare questa lettera, e in cui puoi scegliere di condividere queste considerazioni con altri, o di cancellarle.
Ricordati di spendere del tempo con i tuoi cari ora, perchè non saranno con te per sempre. Ricordati di dire una parola gentile a qualcuno che ti guarda dal basso in soggezione, perchè quella piccola persona presto crescerà e lascerà il tuo fianco. Ricordati di dare un caloroso abbraccio alla persona che ti sta a fianco, perchè è l'unico tesoro che puoi dare con il cuore e non costa nulla. Ricordati di dire "vi amo" ai tuoi cari, ma soprattutto pensalo. Un bacio e un abbraccio possono curare ferite che vengono dal profondo dell'anima. Ricordati di tenerle le mani e godi di questi momenti, perchè un giorno quella persona non sarà più lì. Dedica tempo all'amore, dedica tempo alla conversazione, e dedica tempo per condividere i pensieri preziosi della tua mente. E RICORDA SEMPRE: la vita non si misura da quanti respiri facciamo, ma dai momenti che ci tolgono il respiro.
George Carlin

C'era una volta un ragazzo con un pessimo carattere. Suo padre gli diede un sacchetto pieno di chiodi e gli disse di piantarne uno nella palizzata del giardino ogni volta che avesse perso la pazienza o bisticciato con qualcuno. Il primo giorno ne pianto' trentasette. Nelle settimane seguenti imparava pian piano a controllarsi ed il numero dei chiodi piantati nella palizzata diminuiva di giorno in giorno. Finalmente arrivo' il giorno in cui il ragazzo non pianto' nessun chiodo nella palizzata. Allora ando' dal padre e gli disse che non aveva piu' piantato nessun chiodo. Suo padre allora gli disse di levare un chiodo dalla palizzata per ogni giorno che fosse riuscito a non perdere la pazienza. I giorni passarono e finalmente il ragazzo disse al padre di aver levato tutti i chiodi. Il padre condusse il figlio davanti alla palizzata e gli disse: « Figliolo, ti sei comportato bene ma guarda quanti buchi hai lasciato nella palizzata. Non sarà mai come prima. Quando litighi con qualcuno e gli dici delle cose cattive, gli lasci delle ferite come queste. Puoi infilzare un uomo con un coltello, e poi toglierlo, ma lascerai sempre una ferita. Poco importa quante volte ti scuserai, la ferita rimarrà. Una ferita verbale fa' altrettanto male di una fisica ».

Un uomo sempre scontento di sé e degli altri continuava a brontolare con Dio perché diceva:" Ma chi l'ha detto che ognuno deve portare la sua croce? Possibile che non esista un mezzo per evitarla? Sono veramente stufo dei miei pesi quotidiani!" Il buon Dio gli rispose con un sogno. Egli vide che la vide sulla terra era una sterminata processione. Ognuno camminava con la sua croce sulle spalle. Lentamente, ma inesorabilmente, un passo dopo l'altro. Anche lui era nell'interminabile corteo ed avanzava a fatica con la sua croce personale. Dopo un po’ si accorse che la sua croce era troppo lunga: per questo faceva tanta fatica ad avanzare. "Sarebbe sufficiente accorciarla un po’ e tribolerei meno", si disse. Si sedette su un paracarro e, con un taglio deciso, accorciò d'un bel pezzo la sua croce. Quando ripartì si accorse che ora poteva camminare molto più spedito e leggero. E senza tanta fatica giunse a quella che sembrava la meta della processione. Era un burrone: una larga ferita nel terreno, oltre la quale incominciava la "terra della felicità eterna". Era una visione incantevole quella che si vedeva dall'altra parte del burrone. Ma non c'erano ponti né passerelle per attraversare. Eppure gli uomini passavano con facilità. Ognuno si toglieva la croce dalle spalle, l'appoggiava sui bordi del burrone e ci passava sopra. Le croci sembravano fatte su misura: congiungevano esattamente i due margini del precipizio: Passavano tutti. Ma non lui. Aveva accorciato la sua croce ed ora essa era troppo corta e non arrivava dall'altra parte del baratro. Si mise a piangere e a disperarsi: "Ah! Se l'avessi saputo…". Ma ormai era troppo tardi e lamentarsi non serviva a niente.

Corrono tempi insidiosi. Ci stanno cambiando le regole del gioco fondamentali sotto i piedi, senza dirci quasi niente. Una sola colonna sui quotidiani per dire che in Gran Bretagna si è chiesto l’ok per una nuova selezione genetica dei nascituri. Le donne con alto rischio di cancro al seno potranno mediante fecondazione in vitro eliminare gli embrioni “portatori”e mettere al mondo figlie sane. D’altronde,il gene individuato è responsabile solo di 1 cancro al seno su 20. D’altronde,quel tipo di cancro, anche in chi è portatrice del gene, non necessariamente si manifesta – e, qualora si manifesti, esiste la medicina preventiva. Tuttavia, seriamente si parla di eliminare quei o quelle– presunte tarate future bambine. E’ il Progresso!? Nel 1962 il premio Nobel Francis Crick,scopritore del Dna, scrisse:«Che nessun neonato un giorno debba aspettare, per essere riconosciuto umano, d’avere superato un certo numero d’esami sulla sua dotazione genetica... E che, non superando questi test, non perda il diritto alla vita». Aveva visto sinistramente giusto, e ci siamo quasi. Diventerà, c’è da temerlo, un vizio quello di andare a frugare nei geni altrui alla ricerca di sempre meno gravi patologie. Serie magari, croniche, tuttavia curabili. Ma si vorrà giudicare di cosa si può tollerare e cosa no, e il tollerabile andrà sempre più restringendosi, giacché è ormai ben chiara la pretesa finale: solo uomini perfetti. Se un cancro al seno a quarant’anni basta a decidere che tutto è da buttare, le categorie a rischio sono molte. Altri tipi di cancro sono meno curabili. E che dire dei cardiopatici o degli ipertesi? Un gene storto, a voler ben cercare, si trova nelle migliori famiglie. Forse dovremmo cominciare a chiederci se i nostri nipoti, geneticamente simili a noi, passeranno l’esame che una scienza demente e imbizzarrita si prepara ad allestire: solo i sani vedano la luce. Qualora poi lo screening si estendesse alle malattie della mente, le conseguenze non sarebbero poche. Certo, avremo alleggerito il mondo dal peso dei deliri e della sofferenza forse più crudele. Tuttavia, ripensando alla storia della matematica, dell’arte, della filosofia, siccome fra i geni non pochi sono anche pazzi, o almeno parecchio disturbati, una simile pulizia della specie avrebbe qualche non trascurabile ricaduta nei tempi lunghi. Solo per fare i primi nomi che vengono in mente: Van Gogh, Dostoevskji, Kierkegaard, Kafka quell’esame non l’avrebbero passato. Gli imperfetti “sanno” molte cose ignote ai sani. Mounier scrive: «Dio passa attraverso le ferite» – e dunque benedice gli imperfetti.
Marina Corradi