“La carriera degli uomini migliori ci
preme, non solo per loro, ma per noi, in quanto rappresenta un
interesse sociale, ed il provvedervi è perciò un dovere
dello Stato. E poiché gli uomini migliori e più utili
alla collettività non sono di regola né i più
ricchi, né quelli dotati di quelle forze che servono nella vita
per prevalere contro i sopraffattori e gli arrivisti – poiché
gli uomini migliori sono generalmente giusti, miti e modesti – occorre
che la collettività stessa, nel suo stesso interesse, li aiuti,
occorre che lo Stato faccia sua la loro causa. Il fatto poi che un
fannullone o un inetto riesca a carpire un titolo ed a servirsene per
occupare un posto a cui non è atto, non è cosa che
riguarda lui soltanto o soltanto la sua famiglia, ma è cosa che
tocca nei più vitali interessi la società tutta quanta.
La carriera degli uomini peggiori deve impensierirci, non per loro, ma
per noi, e la società ha il diritto e il dovere di intervenire e
di difendersi dal pericolo che questi uomini rappresentano”.
Gustavo Colonnetti
"E’ difficile farsi
capire. E qualche volta non
conviene " di Francesco Alberoni
Ogni volta che parliamo, dobbiamo
usare un linguaggio appropriato al nostro interlocutore. Non alzeremo
la voce
nella stanza di un ammalato, non diremo barzellette e non
sghignazzeremo a un
funerale, non useremo espressioni difficili con i bambini piccoli ed
esporremo
gradualmente i concetti, aiutandoci con esempi, se dobbiamo insegnare
qualcosa
di complicato. Ma vi sono dei casi in cui questi vincoli costituiscono
uno
sbarramento alla nostra possibilità di comunicazione.
Immaginiamo di aver
risolto un importante teorema matematico e di trovarci in rapporto solo
con la
gente comune. Se ti sforzi di spiegare loro ciò che hai fatto,
non solo non
capiscono, si stancano, si irritano. E, se insisti, ti considerano
pedante,
noioso, ti escludono dalla loro compagnia. La tua scoperta puoi
raccontarla
solo ai tuoi colleghi matematici, ed anche allora con prudenza, solo a
quelli
disposti a capire. Lo stesso vale in ogni campo del sapere: la storia,
la
filosofia, la letteratura, la fine analisi psicologica. La maggior
parte della
gente non ha voglia di complicazioni intellettuali. In televisione
cerca prima
di tutto spettacoli di intrattenimento. Nei dibattiti politici non vuol
sentire
le ragioni degli avversari, ma quelle dei suoi. Non le interessa il
perché delle
cose, ma consigli pratici, ricette. Per questo ci sono tante
trasmissioni di
cucina e rubriche di medicina. E, nei talk show, si aspetta che voi
siate
brillanti, leggeri come nelle conversazioni a tavola, passando da un
argomento
a un altro. Se volete essere meticolosi, precisi, non vi inviteranno
più.
Quanto più l'esperienza è
profonda; tanto più occorre essere prudenti. Non puoi raccontare
una esperienza
mistico-religiosa, e perciò carica di mistero, a gente che non
crede, a cui
manca la sensibilità adeguata, perché ti guarderebbe con
sospetto, diffidenza
e, alla fine, ti deriderebbe e ti screditerebbe socialmente. Devi
tenerla
dentro di te, segreta, ricavarne la forza con cui resistere alle
avversità, con
cui fare delle azioni giuste, buone, migliorarti. Potrai parlarne solo
eccezionalmente, quando incontri chi ti può capire. Vi
riconoscerete
immediatamente da una parola, da un cenno. Ma siate sempre riservati
perché, se
gli altri vi ascoltano, non comprendendovi possono farvi del male. Non
siate
troppo generosi con coloro che non lo meritano. Perché
prenderanno la vostra
generosità per debolezza, e si convinceranno che sia loro tutto
dovuto. E più
date, più vorranno, fino a rivoltarsi contro di voi per portarvi
via ogni cosa.
Se poi siete animati da un ideale e dedicate la vostra vita a creare
qualcosa
di grande e prezioso, non sperate che gli altri capiscano le vostre
motivazioni. Non mettete mai la vostra opera in mano a persone avide.
Più
parlate loro di ideali, più vi considereranno un ingenuo e, non
appena saranno
sicuri di avere in mano il potere, vi attaccheranno, vi distruggeranno
per
portarvi via ciò che avete fatto e usarlo per i loro scopi
egoistici. In Matteo
7,6 sta scritto: «Non date ciò che è santo ai cani;
ne gettate ai porci le
vostre perle, per tema che le calpestino con le zampe e si rivoltino a
sbranarvi».
Un giorno il Sultano cavalcava
nelle strade di Istanbul, circondato da cortigiani e soldati. Tutta la
popolazione della città venne fuori per vedere il Sultano.
Ognuno s'inchinò al passaggio del Sultano, eccetto un solo
cencioso derviscio. Il Sultano fece fermare la sua processione e si
fece condurre il derviscio. Volle sapere perché il derviscio non
si era inchinato al suo passaggio. Il derviscio rispose: "Sì
inchini a voi tutta questa gente. Essi vogliono tutti ciò che
voi avete: denaro, potere, stato sociale. Grazie a Dio queste cose non
significano più nulla per me. Inoltre, perché devo
inchinarmi a voi, mentre io ho due schiavi che sono vostri padroni?" La
folla rimase senza fiato e il Sultano impallidì di collera. "Che
cosa intendi dire?" gridò. "I miei due schiavi che sono vostri
padroni sono l'ira e la bramosia" disse calmo il derviscio, guardando
bene in faccia il Sultano. Riconoscendo la verità di quanto
aveva udito, il Sultano si inchinò al derviscio.
Odio gli indifferenti. Credo come
Federico Hebbel che «vivere vuol dire essere partigiani».
Non possono esistere i solamente uomini, gli estranei alla
città. Chi vive veramente non può non essere cittadino, e
parteggiare. Indifferenza è abulia, è parassitismo,
è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli
indifferenti. L'indifferenza è il peso morto della storia. E' la
palla di piombo per il novatore, è la materia inerte in cui
affogano spesso gli entusiasmi più splendenti, è la
palude che recinge la vecchia città e la difende meglio delle
mura più salde, meglio dei petti dei suoi guerrieri,
perché inghiottisce nei suoi gorghi limosi gli assalitori, e li
decima e li scora e qualche volta li fa desistere dall'impresa eroica.
L'indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma
opera. E' la fatalità; e ciò su cui non si può
contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i
piani meglio costruiti; è la materia bruta che si ribella
all'intelligenza e la strozza. Ciò che succede, il male che si
abbatte su tutti, il possibile bene che un atto eroico (di valore
universale) può generare, non è tanto dovuto
all'iniziativa dei pochi che operano, quanto all'indifferenza,
all'assenteismo dei molti. Ciò che avviene, non avviene tanto
perché alcuni vogliono che avvenga, quanto perché la
massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia fare, lascia
aggruppare i nodi che poi solo la spada potrà tagliare, lascia
promulgare le leggi che poi solo la rivolta farà abrogare,
lascia salire al potere gli uomini che poi solo un ammutinamento
potrà rovesciare. La fatalità che sembra dominare la
storia non è altro appunto che apparenza illusoria di questa
indifferenza, di questo assenteismo. Dei fatti maturano nell'ombra,
poche mani, non sorvegliate da nessun controllo, tessono la tela della
vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa.
I destini di un'epoca sono manipolati a seconda delle visioni
ristrette, degli scopi immediati, delle ambizioni e passioni personali
di piccoli gruppi attivi, e la massa degli uomini ignora, perché
non se ne preoccupa. Ma i fatti che hanno maturato vengono a sfociare;
ma la tela tessuta nell'ombra arriva a compimento: e allora sembra sia
la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non
sia che un enorme fenomeno naturale, un'eruzione, un terremoto, del
quale rimangono vittima tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi
sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente. E
questo ultimo si irrita, vorrebbe sottrarsi alle conseguenze, vorrebbe
apparisse chiaro che egli non ha voluto, che egli non è
responsabile. Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano
oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi anch'io fatto
il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà,
il mio consiglio, sarebbe successo ciò che è successo? Ma
nessuno o pochi si fanno una colpa della loro indifferenza, del loro
scetticismo, del non aver dato il loro braccio e la loro
attività a quei gruppi di cittadini che, appunto per evitare
quel tal male, combattevano, di procurare quel tal bene si proponevano.
I più di costoro, invece, ad avvenimenti compiuti, preferiscono
parlare di fallimenti ideali, di programmi definitivamente crollati e
di altre simili piacevolezze. Ricominciano così la loro assenza
da
ogni responsabilità. E non già che non vedano chiaro
nelle cose, e che qualche volta non siano capaci di prospettare
bellissime soluzioni dei problemi più urgenti, o di quelli che,
pur richiedendo ampia preparazione e tempo, sono tuttavia altrettanto
urgenti. Ma queste soluzioni rimangono bellissimamente infeconde, ma
questo contributo alla vita collettiva non è animato da alcuna
luce morale; è prodotto di curiosità intellettuale, non
di pungente senso di una responsabilità storica che vuole tutti
attivi nella vita, che non ammette agnosticismi e indifferenze di
nessun genere. Odio gli indifferenti anche per ciò che mi
dà noia il loro piagnisteo di eterni innocenti. Domando conto ad
ognuno di essi del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e
gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di
ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di
non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro
le mie lacrime. Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze virili
della mia parte già pulsare l'attività della città
futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non
pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al
caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei
cittadini. Non c'è in essa nessuno che stia alla finestra a
guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano nel sacrifizio; e
colui che sta alla finestra, in agguato, voglia usufruire del poco bene
che l'attività di pochi procura e sfoghi la sua delusione
vituperando il sacrificato, lo svenato perché non è
riuscito nel suo intento. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi
non parteggia, odio gli indifferenti.
Antonio Gramsci
"LaCittà futura", 1917
Che piacere rimane? E la vita che
cosa diventa? Nella stessa maniera dico: la virtù, la
generosità, la sensibilità, la corrispondenza vera in
amore, la fedeltà, la costanza, la giustizia, la
magnanimità ecc. Umanamente parlando sono enti immaginari. E
tuttavia l’uomo sensibile se ne trovasse frequentemente nel mondo
sarebbe meno infelice, e se il mondo andasse più dietro a questi
enti immaginari (astraendo ancora da una vita futura), sarebbe molto
meno infelice. […] Non c’è maggiore illusione ovvero apparenza
di piacere che quello che deriva dal bello dal tenero dal grande dal
sublime dall’onesto. Laonde quanto più queste cose abbondassero,
sebbene illusorie, tanto meno l’uomo sarebbe infelice.
G. Leopardi
SIAMO
NOI A DARE UN'ANIMA AL MEDITERRANEO
I1 Mediterraneo deve il suo nome alla collocazione geografica che lo
costi tuiva cuore del mondo abitato, "mare tra le terre", suppone
ai commerci di Fenici, Egizi, Greci, Cartaginesi, Iberi e Romani. Mare
nostrum, lo chiamavano questi ultimi, una volta diventati i
dominatori di quelle acque che più che dividere
univano terre, culture, religioni...
Mare che segnava i confini del mondo conosciuto, mare "abbracciato"
dall'Impero romano che sembrava estendersi a macchia d'olio
proprio a partire dalle sponde bagnate da quelle acque.
Sulle sponde orientali di quel mare si sono pure affacciate le tre
grandi religioni monoteistiche e da li sono salpati in tempi e con
modalità diversi anche gli annunciatori di una "Parola"
considerata espressione della volontà di Dio per tutti gli
uomini.
Mediterraneo, mare emblematico ancora oggi che ha perso molta della sua
importanza strategica; simbolo contraddittorio di tanti aspetti della
società sorta proprio da quella "culla di civiltà" che il
Mediterraneo è stato. Da un lato, il brulicare di turisti
vacanzieri lungo le coste dalla Turchia alla Spagna, dal Marocco
all'Egitto: gente in vacanza festosa, immersa in un cieco
consumismo e sovente in un'ostentazione di ricchezza e potere.
D'altro lato, l'approdare su alcune di quelle stesse coste di migliaia
di esseri umani, vivi o morti, poveri "che corrono dove c'è il
pane"; esuli e profughi in fuga dagli orrori della guerra, della
violenza cieca, dell'angoscia delle prigioni, della chiusura di ogni
orizzonte di speranza; migliaia di persone che noi definiamo
sovente solo con aggettivi, negando loro perfino la dignità del
nome: uomini, donne e bambini che vivono terribili drammi di morte per
fame e per sete, alla ricerca di una terra in cui finalmente essere
accolti e in cui avere semplicemente una vita degna di questo nome.
E ancora, Mediterraneo, un tempo "culla di civiltà", che ora
assiste allo scatenarsi della barbarie, che "culla" sulle sue onde navi
da guerra cariche di strumenti di morte, che osserva muto il suo
cielo terso solcato da aerei da combattimento e da fumi di incendi.
Sulle coste orientali di questo mare si leva ancora una volta la bestia
infernale della guerra che non riconosce più civili
né bambini: il Libano e i suoi abitanti sono vittime della
distruzione e della violenza cieca dei bombardamenti, fiumane di
persone sono private di tutto, abbandonate a nutrire odio verso i loro
vicini di Israele, che a loro volta vivono rintanati nei rifugi per
sfuggire alla morte che piove con i missili.
Una guerra atroce che inquina il ma re ancor più di quanto non
faccia l’”oro nero", sempre più oro di prezzo e sempre
più nero di sangue, una guerra cui nessuno vuole mettere fine
prima di averla vinta, ignorando che ogni guerra non ha mai vincitori,
ma solo sconfitti. Sì, il Mediterraneo, come ogni altro mare,
non ha un'anima, può essere veicolo e ricettacolo di vita
come di morte, può assistere a gesti di brutalità
inaudita come di ammirevole abnegazione, così come
può cullarsi nella nostra colpevole indifferenza. Ma il
Mediterraneo, come ogni mare, come ogni spazio "tra le terre",
riceve l'anima che gli diamo noi uomini e donne che ne
abitiamo le sponde e ne usiamo le acque: sta a noi decidere quale
anima gli conferiamo, sta a noi "sanarne" le onde rendendole
acque di pace e di accoglienza, sta a noi fare del Mare nostrum, del
"nostro" mare, il mare di tutti, la culla di una civiltà in
cui ogni essere umano che viene al mondo è libero di amare e di
essere amato, una civiltà in cui la vita è più
forte della morte.
Enzo Bianchi - Priore della Comunità di Bose
(tratto da F.C. n°34/2006)
La Madonna, con il
Bambino Gesù fra le braccia, aveva deciso di scendere in Terra
per visitare un monastero. Orgogliosi, tutti i monaci si misero in una
lunga fila, presentandosi ciascuno davanti alla Vergine per renderle
omaggio. Uno declamò alcune poesie, un altro le mostrò le
miniature che aveva preparato per la Bibbia e un terzo recitò i
nomi di tutti i santi. E così via, un monaco dopo l'altro, tutti
resero omaggio alla Madonna e al Bambino. All'ultimo posto della fila
ne rimase uno, il monaco più umile del convento, che non aveva
mai studiato i sacri testi dell'epoca. I suoi genitori erano persone
semplici, che lavoravano in un vecchio circo dei dintorni, e gli
avevano insegnato soltanto a far volteggiare le palline in aria. Quando
giunse il suo turno, gli altri monaci volevano concludere l'omaggio
perché il povero acrobata non aveva nulla di importante da dire
e avrebbe potuto sminuire l'immagine del convento. Ma anche lui, nel
profondo del proprio cuore, sentiva un bisogno immenso di offrire
qualcosa a Gesù e alla Vergine. Pieno dì vergogna,
sentendosi oggetto degli sguardi di riprovazione dei confratelli,
tirò fuori dalla tasca alcune arance e cominciò a farle
volteggiare: perché era l'unica cosa che egli sapesse fare. Fu
solo in quell'istante che Gesù Bambino sorrise e cominciò
a battere le mani in braccio alla Madonna. E fu verso quel monaco che
la Vergine tese le braccia, lasciandogli tenere per un po' il
bambinello.
Due amici stavano
camminando nel deserto. Ad un certo punto iniziarono a discutere ed un
amico diede uno schiaffo all'altro. Quest'ultimo addolorato, senza dire
nulla, scrisse nella sabbia: Il mio migliore amico oggi mi ha dato uno
schiaffo. Continuarono a camminare sino a raggiungere un'oasi dove
decisero di fare il bagno. L'amico che era stato schiaffeggiato
rischiò di affogare ma il suo amico lo salvò. Quando si
fu ripreso scrisse su una pietra: Il mio migliore amico oggi mi ha
salvato la vita. L'amico che aveva dato lo schiaffo e aveva salvato il
suo migliore amico domandò: "Quando ti ho ferito hai scritto
sulla sabbia e adesso lo fai su una pietra. Perchè?". L'altro
amico rispose: "Quando qualcuno ci ferisce dobbiamo scriverlo nella
sabbia, dove i venti del perdono possano cancellarlo. Ma quando
qualcuno fa qualcosa di buono per noi allora dobbiamo inciderlo sulla
pietra, dove nessun vento possa mai cancellarlo."
LA MITEZZA
“Beati i miti,
perché possiederanno la terra”. Avranno tutto ai
loro piedi, tutto sarà a loro disposizione: amici,
serenità, bontà, pace... Martin Luther King disse: “Nella
nostra epoca, la scelta è tra la non violenza e la non
esistenza”. O scegliamo la mitezza, la comprensione, il perdono
reciproco, oppure periremo tutti. Questo è il messaggio. Grazie
a persone straordinarie, quali Gandhi, Martin Luther King, Madre
Teresa, Tonino Bello, Oscar Romero, Thic Nath monaco buddhista
vietnamita, e numerosissimi altri, oggi cominciamo ad essere
sufficientemente sensibilizzati ed attenti alla nonviolenza su larga
scala: una non violenza come scelta politica e sociale. Ma esiste anche
una non violenza spicciola. La mitezza non gode di buona fama, nella
nostra cultura: per la maggior parte delle persone essa coincide con la
debolezza, la passività, la pusillanimità, la timidezza,
il timore di agire. Perfino i genitori incitano i loro figli a “farsi
rispettare”. Con i pugni, i calci, le cattive parole – qualsiasi arma
va bene – ma “farsi rispettare”. In questo contesto, la mitezza appare
come una moneta fuori corso, datata. Inutilizzata ed inutilizzabile. Ma
la mitezza è altro. Di certo, non è debolezza o
passività. Il mite è la persona accogliente, buona,
pronta a comprendere ed a perdonare; capace di controllare e di gestire
le proprie reazioni emozionali. Invece di andare in escandescenza per
ogni piccola contrarietà e per i vari intoppi quotidiani, la
persona mite si mantiene tranquilla e serena. Anche se talvolta
è un'impresa difficile. E' facile lasciarsi trascinare dai
propri impulsi e dai propri scatti d'ira: tutti fanno così. La
prassi abituale, infatti, è quella di reagire con violenza e di
aggredire a nostra volta l'offensore, qualunque sia il tipo di offesa,
fisica o puramente verbale. Anzi, non ci limitiamo solo a difenderci,
ma vorremmo andare oltre e schiacciare il nostro avversario;
disintegrarlo e fargli sentire in ogni modo la nostra
superiorità. Il mite, all'opposto, si rende perfettamente conto
della situazione. Non è uno stupido: sa bene che quella persona
lo sta insultando o lo provoca, è cosciente delle parole che
essa ha usato, del contesto scelto, della mimica facciale... Potrebbe
tacitarla ed umiliarla con due battute ben azzeccate, sovraccariche di
disprezzo e di ironia, o, peggio, con un pugno ben assestato. Ma invece
di lasciarsi coinvolgere in reazioni rabbiose, preferisce controllarsi
e non ripagare il male con il male. Prenderà posizione e
dirà la sua tranquillamente. Come il Cristo percosso,
potrà chiedere, con umile dignità: “Perché mi hai
percosso? Se ho parlato male, dimmi dove ho sbagliato. Se ho parlato
bene, perché mi percuoti?” Il mite non reagisce in malo modo se
una macchina gli taglia la strada, se c'è una coda da fare, se
viene contraddetto o se qualcuno non lo saluta. Il mite sa bene che la
spirale della violenza e dell'odio, su piccola o su grande scala, non
può essere interrotta che dalla pace e dal perdono. Non
c'è altro modo. Il mite è la persona misericordiosa che
imita Dio, il quale fa splendere il sole sul buoni e sul cattivi e che
regala la sua pioggia ai giusti ed agli ingiusti. Nel mondo di oggi,
caratterizzato dalla violenza e dalla prevaricazione, si fa sentire
tanto più acuta la necessità della mitezza, quanto
più se ne constata la mancanza. La mitezza, infatti, è un
ingrediente importante per una buona e pacifica convivenza. La mitezza
spesso ci appare non solo come utopia, come ideale difficilmente
raggiungibile, ma come una qualità estremamente personale:
quindi, una virtù che riguarda direttamente ed esclusivamente il
singolo individuo. In realtà, essa ha un importante ruolo nella
vita civile e collettiva. Dovremmo cominciare a viverla e ad effonderla
con dovizia ed abbondanza per migliorare tutto il mondo. Se cerchiamo
le sue tracce nella stampa, nei films o nei mass media, rimarremo
delusi: in essi, infatti, troviamo soprattutto violenza ed
aggressività. E' la violenza, non la mitezza, che fa scalpore e
notizia, capace com'è di eccitare reazioni forti. La mitezza non
troverà mai posto sulle pagine d'un quotidiano, perché
è umile, poco appariscente, modesta. “Fa più rumore un
solo albero che cade, che non mille alberi che crescono
silenziosamente” recita un vecchio proverbio. Nel Discorso della
Montagna, Gesù ha onorato i miti, dichiarandoli beati,
fortunati, felici. I miti sono uomini contenti, in pace con se stessi e
con gli altri. Non ignorano le sofferenze che affliggono gli uomini,
anzi, tentano di intervenire e di combatterle. Il loro metodo di lotta
però è pacifico ed aborrisce l'uso della forza. Il mite
è disposto ad affrontare disarmato il suo aggressore fino a
metter in gioco la vità; perché conosce bene la forza
della mitezza. La sua visione superiore della realtà gli fa
vedere orizzonti che la maggior parte delle persone, immerse nelle
tenebre della violenza e dell'odio, non riesce a scorgere. Egli sa che,
prima o poi, la sua idea trionferà. Il mite, uomo dalla
straordinaria grandezza d'animo, crede contro ogni speranza
nell'avvento d'una coabitazione pacifica, dove le persone potranno
incontrarsi e vivere nella pace. Vi sono persone violente e prepotenti.
Vi sono persone deboli, non miti, ma deboli. Non sanno imporsi, non
sanno decidersi, non sanno assumersi responsabilità. Persone
timorose di tutto: di sé e degli altri. E vi sono persone miti.
Forti, buone, aperte, capaci di autocontrollo e di scelte personali.
Beati i miti: essi erediteranno la terra. In particolare, verrà
loro data la terra dei buoni rapporti interpersonali. E' facile ed
è bello contattare una persona mite. Non ti fa paura, non ti
mette soggezione: la senti accettante, piena di bontà e di
misericordia. Non ti giudica e tanto meno ti condanna. Oggi, in un modo
del tutto particolare, sentiamo bisogno di persone miti, che sanno
rispondere al male con il bene, che porgono – almeno moralmente –
l'altra guancia. Che sanno molto bene che il reagire in malo modo
innesca una infinita serie di mali a cascata. E che l'unica chiave di
soluzione è l'amore.
G. Brondino
Uomini per gli uomini (n. 5, dicembre 2000)
Auguri scomodi
Carissimi, non
obbedirei al mio dovere di vescovo, se vi dicessi “Buon
Natale” senza darvi disturbo. Io, invece, vi voglio infastidire. Non
sopporto infatti l’idea di dover rivolgere auguri innocui, formali,
imposti dalla routine di calendario. Mi lusinga addirittura l’ipotesi
che qualcuno li respinga al mittente come indesiderati. Tanti auguri
scomodi, allora, miei cari fratelli! Gesù che nasce per amore vi
dia la nausea di una vita egoista, assurda, senza spinte verticali e vi
conceda di inventarvi una vita carica di donazione, di preghiera, di
silenzio, di coraggio. Il Bambino che dorme sulla paglia vi tolga il
sonno e faccia sentire il guanciale del vostro letto duro come un
macigno, finché non avrete dato ospitalità a uno
sfrattato, a un marocchino, a un povero di passaggio. Dio che diventa
uomo vi faccia sentire dei vermi ogni volta che la vostra carriera
diventa idolo della vostra vita, il sorpasso, il progetto dei vostri
giorni, la schiena del prossimo, strumento delle vostre scalate. Maria,
che trova solo nello sterco degli animali la culla dove deporre con
tenerezza il frutto del suo grembo, vi costringa con i suoi occhi
feriti a sospendere lo struggimento di tutte le nenie natalizie,
finché la vostra coscienza ipocrita accetterà che il
bidone della spazzatura, l’inceneritore di una clinica diventino tomba
senza croce di una vita soppressa. Giuseppe, che nell’affronto di mille
porte chiuse è il simbolo di tutte le delusioni paterne,
disturbi le sbornie dei vostri cenoni, rimproveri i tepori delle vostre
tombolate, provochi corti circuiti allo spreco delle vostre luminarie,
fino a quando non vi lascerete mettere in crisi dalla sofferenza di
tanti genitori che versano lacrime segrete per i loro figli senza
fortuna, senza salute, senza lavoro. Gli angeli che annunciano la pace
portino ancora guerra alla vostra sonnolenta tranquillità
incapace di vedere che poco più lontano di una spanna, con
l’aggravante del vostro complice silenzio, si consumano ingiustizie, si
sfratta la gente, si fabbricano armi, si militarizza la terra degli
umili, si condannano popoli allo sterminio della fame. I Poveri che
accorrono alla grotta, mentre i potenti tramano nell’oscurità e
la città dorme nell’indifferenza, vi facciano capire che, se
anche voi volete vedere “una gran luce” dovete partire dagli ultimi.
Che le elemosine di chi gioca sulla pelle della gente sono
tranquillanti inutili. I pastori che vegliano nella notte, “facendo la
guardia al gregge”, e scrutano l’aurora, vi diano il senso della
storia, l’ebbrezza delle attese, il gaudio dell’abbandono in Dio. E vi
ispirino il desiderio profondo di vivere poveri che è poi
l’unico modo per morire ricchi. Buon Natale! Sul nostro vecchio mondo
che muore, nasca la speranza.
Mons. Tonino Bello
(1935 - 1993)
Quel che è
avvenuto a Colonia in questi giorni ha toccato anche la
sensibilità dei laici. A toccare i loro sentimenti non sono
stati tanto
i discorsi di Benedetto XVI, che sono certamente espressione di
profonda religiosità e alta civiltà, normalità
però nel pensiero e
nella predicazione di un Papa, quanto invece la percezione che qualcosa
di nuovo, di forte stia avvenendo nella vecchia Europa, rivelatasi
debole politicamente e povera di contenuti culturali.
Le giornate di Colonia non vanno prese isolatamente ma come la
conseguenza di un movimento culturale che ha preso vita col pontificato
di Giovanni Paolo II e che appunto a Colonia ha trovato conferma e
continuazione. Quel che si è sviluppato negli ultimi due decenni
sotto
l'egida di Wojtyla ha dello straordinario, senza precedenti. Questo
Papa polacco, il primo non italiano dopo quasi 500 anni, ha mobilitato
masse di fedeli (ha compiuto più di cento viaggi pastorali in
giro per
il mondo) oscurando ogni altra manifestazione popolare di origine
politica o spettacolare. Un Papa, Wojtyla, che ha creato persino
preoccupazione negli establishment politici (in Russia e Cina, per
esempio) che ne hanno paventato il carisma nel contatto con le folle.
Si può essere laici convinti e praticanti - e chi scrive
rivendica
laicamente assoluta autonomia di pensiero e di scelte culturali - ma
è
difficile sfuggire alla considerazione dell'importanza del fenomeno
sviluppatosi per l'influsso dell'azione pastorale di Papa Wojtyla.
Vent'anni di questa influenza hanno determinato un fenomeno sociale e
culturale, oltre che religioso, che nessuna dottrina politica fin qui
è
riuscita a suscitare, senza peraltro alcuna spinta di interesse
materiale o edonistico, elementi invece sempre presenti nei fenomeni
politici.
Un evento, questo, che, anche volendo, è impossibile esaminare
dal
punto di vista antropologico, perché è qualcosa che
sfugge ad analisi
scientifiche e rientra, più che nella sociologia, nella
gnoseologia e,
per dirla più comprensibilmente, nell'indagine filosofica ed
epistemologica, che quasi sempre riesce a spiegare meglio di qualunque
altra metodologia manifestazioni e problemi dell'agire umano. Siamo in
presenza di un fatto storico culturale di grande rilievo. Eventi come
le grandi adunate di giovani di tutto il mondo, gli eccitanti incontri
con Wojtyla, la commozione coinvolgente sopravvenuta alla sua morte,
ora la veglia di ottocentomila giovani nella spianata di Marienfeld,
sono fatti che escono dalla normalità sociale e culturale. Sono
eventi
che mettono in ombra la politica, la trascendono, la superano come
valore sociale e culturale.
Si potrebbe argomentare che queste masse che si radunano all'ombra
della Croce e all'ascolto del vicario di Cristo siano il frutto
dell'antipolitica. Che sono insomma moltitudini che deluse dalla
politica o comunque lontane dalle idealità e dai riti politici,
si
rifugiano nella fede religiosa e la esaltano perché muove la
loro
emotività, le loro sensibilità più profonde e
anche - perché non dirlo
- più nobili. Soprattutto i giovani, che cercano orizzonti e
speranze
nel futuro, trovano, si direbbe, in questi incontri con la fede una
sorta di nuovo illuminismo, che congiunto a rivelazione e tradizione
appare loro capace di risolvere i problemi della civiltà
contemporanea.
Un fatto è sicuro:
nell'Europa senza forti leadership, il carisma del pontefice cattolico
ha decisamente messo in angolo il mondo politico e le sue ideologie,
incapace ormai di suscitare tensioni ideali. Questa che stiamo vivendo,
insomma, non è più l'età del leaderismo politico.
Quali valori forti e
seducenti, del resto, esprimono oggi i leader politici, soprattutto in
Europa? La nostra società, quella della vecchia Europa, non
è certo in
declino inarrestabile, ma non ha grandi campioni che chiamino alla
partecipazione. Incredibilmente, ma è sostanzialmente vero nella realtà che stiamo
vivendo, il successore di Wojtyla, Papa B 16, come è
stato battezzato Benedetto
XVI dai giovani, campeggia ora sulle moltitudini come il Grande
Intellettuale, che finisce
per avere ruolo e funzione non solo di ombudsman della fede ma di
assertore di un nuovo illuminismo, quello che nei secoli scorsi ebbe
araldi come Locke, Hume, Voltaire, Montesquieu.
È il Papa filosofo che oggi domina la scena. Può anche
non piacere
questa constatazione obiettiva - che viene, è bene ripeterlo, da
un
laico convinto - ma è la realtà che stiamo vivendo. Nella
speranza che
la politica più nobile si svegli, ne prenda atto, provveda a
emendarsi.
Egidio Sterpa
Il Giornale, lunedì 22 agosto 2005
Il paradosso del
nostro tempo
nella storia è che abbiamo edifici sempre più alti, ma
moralità più basse,
autostrade sempre più larghe, ma orizzonti più ristretti.
Spendiamo di più, ma
abbiamo meno, comperiamo di più, ma godiamo meno. Abbiamo case
più grandi e
famiglie più piccole, più comodità, ma meno tempo.
Più conoscenza, ma meno
giudizio, più esperti, e ancor più problemi, più
medicine, ma meno benessere.
Beviamo troppo, fumiamo troppo, spendiamo senza ritegno, ridiamo troppo
poco,
guidiamo troppo veloci, ci arrabbiamo troppo, facciamo le ore piccole,
ci
alziamo stanchi, vediamo troppa TV, e preghiamo di rado.Abbiamo
moltiplicato
le nostre proprietà, ma ridotto i nostri valori. Parliamo
troppo, amiamo troppo
poco e odiamo troppo spesso. Abbiamo imparato come guadagnarci
da vivere, ma non come vivere. Abbiamo aggiunto anni alla vita, ma non
vita
agli anni. Siamo andati e tornati dalla Luna, ma non riusciamo ad
attraversare
la strada per incontrare un nuovo vicino di casa. Abbiamo conquistato
lo spazio
esterno, ma non lo spazio interno. Abbiamo creato cose più
grandi, ma non
migliori. Abbiamo pulito l'aria, ma inquinato l'anima. Abbiamo dominato
l'atomo, ma non i pregiudizi. Pianifichiamo di più, ma
realizziamo meno. Abbiamo imparato a sbrigarci, ma non ad aspettare.
Costruiamo
computers più grandi per contenere più informazioni, per
produrre più copie che
mai, ma comunichiamo sempre meno. Questi sono i tempi
del fast food e della
digestione lenta, grandi uomini e piccoli caratteri, ricchi profitti e
povere
relazioni. Questi sono i tempi di due redditi e più divorzi,
case più belle ma
famiglie distrutte. Questi sono i tempi dei viaggi veloci, dei
pannolini usa e
getta, della moralità a perdere, delle relazioni di una notte,
dei corpi
sovrappeso e delle pillole che possono farti fare di tutto,
dal rallegrarti al calmarti, all'ucciderti. E' un tempo in cui ci sono
tante
cose in vetrina e niente in magazzino. Un tempo in cui la tecnologia
può farti
arrivare questa lettera, e in cui puoi scegliere di condividere queste
considerazioni con altri, o di cancellarle.
Ricordati di spendere del tempo
con i tuoi cari ora, perchè non saranno con te per sempre.
Ricordati di dire
una parola gentile a qualcuno che ti guarda dal basso in soggezione,
perchè
quella piccola persona presto crescerà e lascerà il tuo
fianco. Ricordati di
dare un caloroso abbraccio alla persona che ti sta a fianco,
perchè è l'unico
tesoro che puoi dare con il cuore e non costa nulla. Ricordati di
dire "vi amo" ai tuoi cari, ma soprattutto pensalo. Un bacio e un
abbraccio possono curare ferite che vengono dal profondo dell'anima.
Ricordati
di tenerle le mani e godi di questi momenti, perchè un giorno
quella persona
non sarà più lì. Dedica tempo all'amore, dedica
tempo alla conversazione, e
dedica tempo per condividere i pensieri preziosi della tua mente. E
RICORDA
SEMPRE: la vita non si misura da quanti respiri facciamo, ma dai
momenti che ci
tolgono il respiro.
George Carlin
C'era una volta un ragazzo con un
pessimo carattere. Suo padre gli diede un sacchetto pieno di chiodi e
gli disse di piantarne uno nella palizzata del giardino ogni volta che
avesse perso la pazienza o bisticciato con qualcuno. Il primo giorno ne
pianto' trentasette. Nelle settimane seguenti imparava pian piano a
controllarsi ed il numero dei chiodi piantati nella palizzata diminuiva
di giorno in giorno. Finalmente arrivo' il giorno in cui il ragazzo non
pianto' nessun chiodo nella palizzata. Allora ando' dal padre e gli
disse che non aveva piu' piantato nessun chiodo. Suo padre allora gli
disse di levare un chiodo dalla palizzata per ogni giorno che fosse
riuscito a non perdere la pazienza. I giorni passarono e finalmente il
ragazzo disse al padre di aver levato tutti i chiodi. Il padre condusse
il figlio davanti alla palizzata e gli disse: « Figliolo, ti sei
comportato bene ma guarda quanti buchi hai lasciato nella palizzata.
Non sarà mai come prima. Quando litighi con qualcuno e gli dici
delle cose cattive, gli lasci delle ferite come queste. Puoi infilzare
un uomo con un coltello, e poi toglierlo, ma lascerai sempre una
ferita. Poco importa quante volte ti scuserai, la ferita
rimarrà. Una ferita verbale fa' altrettanto male di una fisica
».
Un uomo sempre scontento di
sé e degli altri continuava a brontolare con Dio perché
diceva:" Ma chi l'ha detto che ognuno deve portare la sua croce?
Possibile che non esista un mezzo per evitarla? Sono veramente stufo
dei miei pesi quotidiani!" Il buon Dio gli rispose con un sogno. Egli
vide che la vide sulla terra era una sterminata processione. Ognuno
camminava con la sua croce sulle spalle. Lentamente, ma
inesorabilmente, un passo dopo l'altro. Anche lui era
nell'interminabile corteo ed avanzava a fatica con la sua croce
personale. Dopo un po’ si accorse che la sua croce era troppo lunga:
per questo faceva tanta fatica ad avanzare. "Sarebbe sufficiente
accorciarla un po’ e tribolerei meno", si disse. Si sedette su un
paracarro e, con un taglio deciso, accorciò d'un bel pezzo la
sua croce. Quando ripartì si accorse che ora poteva camminare
molto più spedito e leggero. E senza tanta fatica giunse a
quella che sembrava la meta della processione. Era un burrone: una
larga ferita nel terreno, oltre la quale incominciava la "terra della
felicità eterna". Era una visione incantevole quella che si
vedeva dall'altra parte del burrone. Ma non c'erano ponti né
passerelle per attraversare. Eppure gli uomini passavano con
facilità. Ognuno si toglieva la croce dalle spalle, l'appoggiava
sui bordi del burrone e ci passava sopra. Le croci sembravano fatte su
misura: congiungevano esattamente i due margini del precipizio:
Passavano tutti. Ma non lui. Aveva accorciato la sua croce ed ora essa
era troppo corta e non arrivava dall'altra parte del baratro. Si mise a
piangere e a disperarsi: "Ah! Se l'avessi saputo…". Ma ormai era troppo
tardi e lamentarsi non serviva a niente.
Corrono tempi
insidiosi. Ci stanno cambiando le regole del
gioco fondamentali sotto i piedi, senza dirci quasi niente. Una sola
colonna
sui quotidiani per dire che in Gran Bretagna si è chiesto l’ok
per una nuova
selezione genetica dei nascituri. Le donne con alto rischio di cancro
al seno
potranno mediante fecondazione in vitro eliminare gli embrioni
“portatori”e
mettere al mondo figlie sane. D’altronde,il gene individuato è
responsabile
solo di 1 cancro al seno su 20. D’altronde,quel tipo di cancro, anche
in chi è
portatrice del gene, non necessariamente si manifesta – e, qualora si
manifesti, esiste la medicina preventiva. Tuttavia, seriamente si parla
di
eliminare quei o quelle– presunte tarate future bambine. E’ il
Progresso!? Nel 1962 il premio Nobel Francis Crick,scopritore del Dna,
scrisse:«Che nessun
neonato un giorno debba aspettare, per essere riconosciuto umano,
d’avere
superato un certo numero d’esami sulla sua dotazione genetica... E che,
non
superando questi test, non perda il diritto alla vita». Aveva
visto sinistramente giusto, e ci siamo quasi. Diventerà,
c’è da temerlo, un
vizio quello di andare a frugare nei geni altrui alla ricerca di sempre
meno
gravi patologie. Serie magari, croniche, tuttavia curabili. Ma si
vorrà giudicare di cosa si
può tollerare e cosa no, e il tollerabile andrà sempre
più restringendosi,
giacché è ormai ben chiara la pretesa finale: solo uomini
perfetti. Se un
cancro al seno a quarant’anni basta a decidere che tutto è da
buttare, le
categorie a rischio sono molte. Altri tipi di cancro sono meno
curabili. E che dire dei cardiopatici o
degli ipertesi? Un gene storto, a voler ben cercare, si trova nelle
migliori
famiglie. Forse dovremmo cominciare a chiederci se i nostri nipoti,
geneticamente simili a noi, passeranno l’esame che una scienza demente
e
imbizzarrita si prepara ad allestire: solo i sani vedano la luce.
Qualora poi lo screening si
estendesse alle malattie della mente, le conseguenze non sarebbero
poche.
Certo, avremo alleggerito il mondo dal peso dei deliri e della
sofferenza forse
più crudele. Tuttavia, ripensando alla storia della matematica,
dell’arte, della filosofia,
siccome fra i geni non pochi sono anche pazzi, o almeno parecchio
disturbati,
una simile pulizia della specie avrebbe qualche non trascurabile
ricaduta nei
tempi lunghi. Solo per fare i primi nomi che vengono in mente: Van
Gogh,
Dostoevskji, Kierkegaard, Kafka quell’esame non l’avrebbero passato.
Gli
imperfetti “sanno” molte cose ignote ai sani.
Mounier
scrive: «Dio passa attraverso le ferite» – e dunque
benedice gli
imperfetti.
Marina Corradi