18/11/2009
In questi ultimi decenni stiamo certo assistendo a molti cambiamenti. Non che questo sia di per se un male ma, certamente, lo è se il cambiamento realizzato conduce ad un deterioramento della situazione preesistente.
Come spesso avviene in Italia tali mutamenti vengono giustificati da motivazioni nobili e/o condivisibili ma in realtà spesso dietro la facciata troviamo “altro”. Inoltre chi si discosta dall’analisi falsa ma credibile (perché diffusa da un tam tam mediatico che, penetrando nella mentalità del cittadino medio, diventa assioma) - pur fornendo supporto logico alle proprie argomentazioni - viene classificato con il marchio di una mentalità vecchia ed ostile al cambiamento per principio o, addirittura, viene tacciato di essere in mala fede.
Partendo da tali premesse notiamo che negli anni ‘80 ed in parte anche ‘90 - pur essendovi molti noti problemi - la realtà sociale era caratterizzata da un generale ottimismo; da benessere ampiamente diffuso; dal massiccio avvio di attività d’impresa nel settore dei servizi; dalla massima espansione del fenomeno dell’inclusione sociale (picco massimo nella c.d. società dei 2/3); da una più convinta accoglienza dello straniero quale soggetto integrabile nel nostro ambiente; da un’ampia fiducia nelle istituzioni, nei processi di riforma avviati e da grandi aspettative derivanti dal ruolo sempre più marcato dell’Unione Europea; dalla disponibilità dei cittadini a far parte di associazioni aventi finalità solidaristiche e benefiche.
A partire dalla metà degli anni ’90 assistiamo alla demolizione lenta ma costante di tutto quanto già realizzato ed anzi ad una regressione causa del deterioramento della nostra realtà sociale: il pessimismo impera e l’incertezza del futuro è sensazione diffusa; molte imprese ed attività commerciali sono in difficoltà o addirittura chiudono; si imputa la causa di molti mali allo straniero o al diverso aumentando la diffidenza verso l’altro e distogliendo l’attenzione dalle vere ragioni; ci si avvia ad ampie falcate verso la società dell’1/3 lasciando fasce sempre più ampie di persone ai margini o addirittura nel disagio; cala la fiducia nelle istituzioni (è proprio di oggi la notizia che non si riescono a coprire i posti messi a concorso presso gli uffici delle Procure della Repubblica per mancanza di candidati); nessuno crede più alla possibilità di effettuare riforme vere (ad es. riduzione del numero dei parlamentari; abolizione delle province; legge elettorale che ridia un giusto ruolo al Parlamento e dignità ai Parlamentari) anziché l’emanazioni di norme che seppur di grande impatto sull’opinione pubblica (vedi la grande popolarità personale di qualche ministro) poco realizzano per le vere necessità del paese; fuga dall’impegno sociale e politico dei cittadini e innalzamento di barricate a protezione del proprio “orticello” con aumento della litigiosità a tutti i livelli (dai luoghi di lavoro ai condomini, dai reality a trasmissioni colte e di approfondimento).
Orbene se – come già diceva Seneca – fine dell’uomo è compiere il bene è certo (e non controvertibile) che il fine degli uomini che ci rappresentano a tutti i livelli istituzionali e nei vari centri decisionali deve essere compiere il bene comune. Solo con questo metro bisogna giudicare la bontà del loro operato che, se sincero e correttamente diretto, porterà ad un incremento del benessere e dell’inclusione (tendente virtualmente ai 3/3). Ma dato che, ovviamente, le vie per raggiungere tale obiettivo possono essere diverse e che la loro definizione e scelta compete principalmente a chi governa come è possibile giudicare la bontà del percorso individuato? Ovviamente dagli effetti che dovranno essere rapidi nel portar beneficio evitando sempre - comunque e prima di ogni cosa – di adottare nuovi provvedimenti che allarghino ulteriormente la forbice tra coloro che vivono nel benessere e coloro che patiscono. Dalla rivoluzione francese in poi l’esistenza dello Stato, infatti, non può più trovare giustificazione nell’esigenza di fornire ai più forti un’ulteriore strumento per tutelare la propria condizione ma, bensì, nell’esigenza di contenere l’impeto degli stessi e di fondare così una comunità nazionale alimentata dai valori di un popolo e che si basi su quei principi di libertà, uguaglianza e fratellanza che sono propri di ogni vera democrazia.


18/12/2007
Spesso gli uomini vengono classificati in categorie, a volte anche nelle più disparate. A me preme, in questa sede, evidenziare la figura del “competitor”: colui che compete, sempre e comunque (ovviamente questa breve riflessione non ha un taglio economico ma squisitamente antropologico).
Tale figura, a mio giudizio, si trova totalmente agli antipodi rispetto a quella normale di Uomo.
L’Uomo, infatti, nel corso della sua vita pone in essere fatti, eventi e relazioni. Egli è per natura un artefice, un realizzatore. Suo compito - nel mondo e nella storia - è lasciare una traccia della propria presenza attiva progredendo e migliorando in tal modo il contesto in cui vive. E ciò, nell’uomo libero, avviene in maniera spontanea. Egli ha una necessità innata: far del proprio meglio in relazione al proprio stato ed alle condizioni oggettive.
Il competitor, invece, non fa nulla per impulso spontaneo. Generalmente si pensa che questo tipo di persona sia il più attivo tra gli attivi. Niente di più falso. Egli è, invece, assolutamente passivo anzi – direi - è il passivo per antonomasia. Infatti tutto quello che egli fa viene definito tramite gli altri. Egli non decide mai di far ciò che vuole per il solo fatto che nulla vuole se non primeggiare. Ed in tal modo appaga l’unica sovrana esigenza che lo accompagna per tutta la vita: superare gli altri. Egli non fissa mai una metà; la sua meta viene fissata da ciò che sono e fanno gli altri. Egli non è un uomo di desiderio: è solo un mediocre che ha come obiettivo di farsi apprezzare affermando sé stesso - sempre e comunque - sugli altri. Non è mai un buon compagno: egli non vuole condividere, vuole solo superare. Non ha mai un obiettivo prefissato: il suo obiettivo è stare sempre un gradino sopra i suoi simili. Non guarda alla vetta - cui non aspira - ma solo al piano attico del vicino.
Ed a questo si aggiunge un altro problema: infatti molti competitors sono manifesti ma tanti altri no e, ovviamente, sono tanto più pericolosi quanto più abilmente riescono a celarsi mascherando il proprio modo di essere dietro un'apparente bonomia.
I risultati?
Tremendi eppure quotidianamente sotto gli occhi di noi tutti.
29/11/2007


28/08/2007
Un colloquio con un’amica mi spinge ad una riflessione che ritengo appropriata per questo blog. Si parlava di informatica e lei diceva di non sopportare il fatto che molti utenti del computer si rivolgono allo stesso personificandolo, parlandone come qualcosa di vivo, conversando con lo stesso ed esprimendosi nei suoi riguardi definendolo “lui”. In sostanza esprimeva il proprio fastidio per ciò che - anche semanticamente - non può essere riferito ad una macchina che, in realtà, è qualcosa e non qualcuno. Concludeva, poi, affermando che certamente tristi sarebbero i giorni in cui ciò dovesse accadere. Da parte mia, pur condividendo in parte il disappunto, le dicevo che l’unica vera cosa su cui bisogna attentamente vigilare è che l’Uomo non venga mai espropriato della possibilità di scelta (magari per riservarla proprio ad una macchina). Anche quando non si hanno molte opzioni è possibile esprimere la propria scelta e, più specificatamente, quella tra il compierla e l’astenersi dal compierla. Vero è che oggi, soprattutto vedendo come vanno le cose, è difficile avere fiducia nelle persone ma non bisogna mai rinunciare ad aver fiducia nell’Uomo. Chi lo ha fatto è storicamente pervenuto a uno dei seguenti esiti: il ritenere che nulla è degno di tutela se non il proprio interesse o il credere che gli altri non siano capaci di scelte etiche adeguate arrogando di conseguenza esclusivamente a sé stesso il diritto-dovere di scegliere per tutti. Entrambe queste posizioni hanno condotto molti paesi alla dittatura, rispettivamente ad esempio, di connotazione afro-latino-americana o polpottiana. Bisogna, quindi, ribadire che è essenziale continuare ad avere fiducia nell’Uomo e nella sua facoltà fondamentale rappresentata dall'etica essendo ben coscienti che unico compito delle elites - che si dicano e siano veramente tali - dev’esser quello di assumersi un ruolo pedagogico cioè di formazione delle coscienze e di guida dell’opinione pubblica senza mai lasciarsi tentare dalla gestione dei governi che, dalla Rivoluzione Francese in poi, deve irrevocabilmente esser riconosciuta ai popoli e mantenuta unicamente nella loro capacità di determinarsi democraticamente.


15/03/2007


04/08/2006
Veramente assurdo questo indulto! Almeno, secondo quello che apprendiamo dagli organi di stampa, così come viene oggi realizzato in Italia. Un provvedimento - legge 241/2006 - che dovrebbe nascere da motivazioni condivisibili importanti (ridurre il carico processuale della Amministrazione della Giustizia) ed opportune (sgravare le componenti coinvolte: strutture e personale carcerario) ma che in realtà servono solo da giustificazione e consentono di realizzare altri interessi. Vediamo, in pratica, cosa sta avvenendo: alcuni detenuti sono stati arrestati nuovamente addirittura dopo poche ore dalla loro scarcerazione e, secondo alcuni esperti, la maggior parte di essi tornerà in carcere nel giro qualche settimana in quanto è altamente probabile che - da recidivi - delinquano nuovamente. E allora cosa resta? Resta l’estensione dell'indulto ai reati finanziari, fiscali e al voto di scambio che, probabilmente, costituisce il vero motivo del provvedimento e che rende comprensibile la maggioranza trasversale che lo ha esitato in Parlamento. Tutto pare, quindi, essersi originato dalla situazione di pochi personaggi che stanno a cuore ad ambedue gli schieramenti politici e che saranno gli unici a godere veramente di un provvedimento che è stato ipocritamente invocato per risolvere un problema serio e reale ma del quale, in realtà, non interessava niente a nessuno. Non ci resta che constatare che non ci si scandalizza più di nulla e che nessuno, o quasi, protesta. Ormai la soglia di attenzione e di moralità della società civile è talmente bassa che tutto, ma proprio tutto, può esser tranquillamente fatto senza scrupolo e senza conseguenza alcuna.

20/07/2006
Elevazione
Sopra gli stagni, sopra i monti e le vallate,
sopra le foreste, le nuvole, gli oceani,
al di là del sole, oltre gli spazi eterei,
al di là dei confini delle sfere stellate,
spirito mio tu ti muovi con agilità
e, come un buon nuotatore nell'estasi dell'onda,
solchi festosamente l'immensità profonda
con un'indicibile e maschia voluttà.
Fuggi lontano da questi morbosi miasmi;
vola a purificarti nell'aria superiore,
e bevi, come un puro e celestiale liquore,
il chiaro fuoco che colma i limpidi spazi.
Alle spalle gli affanni e le vaste pene
che gravano opprimenti sull'esistenza brumosa,
fortunato chi può, con ala vigorosa,
slanciarsi verso i campi luminosi e sereni;
l'uomo i cui pensieri, come allodole,
verso il cielo al mattino liberi prendono il volo
che sorvola la vita e intende facilmente
il linguaggio dei fiori e delle cose mute!
Charles Baudelaire
Les Fleurs du Mal
1857

19/06/2006
Nello scorso mese, dopo alcuni anni di pausa a motivo di esigenze familiari, ho ripreso ad andare a Siracusa in occasione delle rappresentazioni classiche. La prima sensazione avuta all’ingresso di quel teatro, in cui mi sono trovato con costanza nel passato, è stata particolarissima: giunto nella cavea ho avuto l'impressione di un tuffo indietro nel tempo a quando, da bambino, ero stato in quello stesso posto per la prima volta. Allora era tutto enorme, maestoso e sacrale. Oggi molte cose sono cambiate: molte situazioni, infatti, crescendo sembrano ridimensionarsi ma la sensazione di maestosità e sacralità ancora, fortunatamente, permangono. Bellissimi, anche se con scenografie essenziali e costumi a volte futuribili e un po’ azzardati, i drammi rappresentati e di grande intensità le interpretazioni. Straordinaria quella di Ecuba nella profondità del pensiero euripideo: “Ahimè, un uomo libero, libero davvero, non esiste. Si è schiavi del denaro o del destino, della folla o della legge: tutte barriere all'agire secondo le proprie convinzioni. Se dai tanto peso alla massa, se hai paura, da questa paura io ti scioglierò”. Eccezionale l’interpretazione di Polissena: “Ti seguirò, perché è necessario, perché voglio morire. Così ho deciso, perché non intendo apparire vile, attaccata alla vita….meglio morire che subire ingiusta vergogna … Una vita indegna è un grande dolore”. Molto bravo anche l’attore che recita nel ruolo di Polimestore, personificazione dell’avidità e della falsità. E proprio nell’estremo divario tra questi personaggi, proprio nell’intervallo che passa tra la grandezza di cui è capace l’animo umano e le enormi meschinità che a volte manifesta, è inscritta - da sempre - la storia del mondo. Ecco, quindi ed in sintesi, cosa rappresenta Siracusa nei suoi spettacoli classici: il repentino senso di stupore che ci coglie di fronte a ciò che è eterno e la contemporanea immediata comprensione di ogni umano paradigma.

25/05/2006
Nei giorni scorsi ho visto il film "Il Codice da Vinci". Sapete cosa ho provato: meraviglia per chi si meraviglia. Il prodotto non è migliore nè peggiore rispetto a tanti altri che l'industria cinematografica, quotidianamente, ci propina. Premetto che preferisco le fonti ai pareri, che circa venti anni fa ho letto il libro di Baigent, Leigh e Lincoln sul Santo Graal e che non ho letto quello di Dan Brown. Cosa rilevo dagli elementi a mia disposizione? Tante polemiche inutili. Innanzi tutto sulla Chiesa cattolica: emerge chiaramente che l'attività d'insabbiamento è opera solo di uno sparuto gruppo di prelati (in una scena il più anziano di essi ammonisce il vescovo promotore della macchinazione dicendogli di esser cauto e ricordandogli che se Roma dovesse sapere...verrebbero tutti scomunicati). Poi l'Opus Dei: anche in questo caso l'ipotesi romanzesca, pur coinvongendo con indubbio cattivo gusto il livello più elevato dell'organizzazione, non travolge l'Opera stessa in quanto, come si evince, l'attività illecita e gli omicidi vengono realizzati solo da pochi soggetti mentre gli altri aderenti non conoscono l'intrigo e non sono coinvolti (lo stesso commissario della polizia francese, che fa parte dell'Opus Dei e che in un primo momento è stato disponibile alle richieste del vescovo, avendo compreso di esser stato strumentalizzato per fini illegali si rifiuta di continuare a prestare la sua collaborazione).
Ed infine l'elemento centrale di tutta la vicenda: il Santo Graal. Cosa pensate possa cambiare se anche la tesi su cui si struttura la trama fosse vera? Cosa toglierebbe alla grandezza unica della figura di Gesù l'avere amato una donna, anche umanamente, Lui che fu anche uomo e l'aver eventualmente avuto una discendenza? A mio giudizio assolutamente nulla. Anzi, per la verità ed in conclusione, credo che questo film non abbia neanche niente di blasfemo. Il corpo che si cerca è quello della Maddalena non certamente quello del Cristo risorto. Ed è proprio sull'evento della risurrezione, ricordiamo bene tutti, che si fonda la fede.

03/05/2006
Finalmente l'ho fatto! Da circa vent'anni aspettavo di farlo. Ma fatto cosa? Oltre cento chilometri a piedi in Galizia tra boschi di querce e castagni, come "der suchende".
Si dice che il pellegrino non erra in quanto, a differenza dal vagabondo, possiede una meta. Ma è veramente così?
E poi, in ogni caso, oltre alla meta bisogna tener presente anche altri elementi: il tempo, la distanza, la stanchezza, il silenzio.
Il tempo deve essere abbastanza da permetterti il distacco dall'ordinaria routine.
La distanza deve dare il senso del percorso fatto ed un'idea di quello da compiere: così si comprende che la meta motiva il cammino ma non lo esaurisce. Anzi....
La stanchezza che, quando sembra diventare insopportabile dolore fisico, scioglie le articolazioni ed i muscoli e ti porta ad assumere un ritmo nella postura e nell'andamento che ti rendono quasi estraneo ed allora non senti più affanno e continui a procedere quasi per inerzia, indipendentemente dalla tua volontà, come se fossi spettatore di te stesso.
Il silenzio che - solo - da sensazione di assenza, rende possibile la percezione di un te non fisico.
Il fatto di essere in cammino assume, così, un’importanza analoga al raggiungimento della meta.
E allora...?
E allora come dice un racconto yiddish "...esiste una mitzvah che impone di mettere una mezuzah su ogni stipite della porta di casa. La mezuzah ricorda all’uomo che viene da lontano, che il viaggio non finisce mai, che l’uomo è sempre in cammino....".
Ed ancora "E questo è il patto che farò con la casa d’Israele dopo quei giorni, dice il Signore: Io porrò le mie leggi nelle loro menti, e le scriverò sui loro cuori; e sarò il loro Dio, ed essi saranno il mio popolo" (Ebrei, 8:10).
Non in un posto lontano. Nella casa e nel cuore.
Per comprendere ciò, vent'anni della mia vita e tanta strada nelle gambe. Sono felice d'averlo fatto.


31/03/2006
Qual’è e quale deve essere il modo di intendere i rapporti ordinari tra le persone? Cosa avviene nella vita quotidiana delle nostre città? Com’è cambiata la qualità della vita nella nostra realtà tanto progredita? Il nostro modo di agire, in verità, sembra essere più che mai caratterizzato dall’aggressività. Basta uscire di casa e subito si può vedere qualche episodio sintomatico. L’abitudine alla prevaricazione si manifesta ovunque: nelle strade, negli uffici, nei condomini e nelle scuole. Le statistiche ci dicono, infatti, che le liti – giudiziarie e non - sono in netto incremento; che alto è il contenzioso tra amministrazioni e cittadini; che anche il fenomeno del bullismo tra giovani è sempre più diffuso. In ogni strada si litiga per le precedenze e, anche se queste sono stabilite da appositi cartelli, molti pensano di avere diritto a deroghe. Anche nelle autostrade, quando vi sono ingorghi, decine di automobilisti ritengono di avere il diritto di precedere gli altri utilizzando a tale inopportuno scopo le corsie di emergenza che, come dice la parola stessa, dovrebbero essere ad altro uso deputate. Oggi sembra quasi che il principio che regola l’umana convivenza sia sempre quello dell’ “homo homini lupus”. E’ così? E se è così a cosa è servito il cammino dell’uomo nella storia? A cosa il lavoro ed il sacrificio di milioni di uomini che per noi hanno realizzato la via del progresso? Oggi risulta evidente che è necessario, purtroppo, ripartire daccapo. Bisogna cominciare a ricostruire l’uomo recuperando una pedagogia ed un metodo che crei la persona che, ricordiamo, può definirsi tale solo nella socialità, nel suo rapporto con l’altro. E questo lavoro non è delegabile. Nessuno può e deve sottrarsi a tale impegno verso sé stesso e verso l’ambito sociale nel quale vive ed opera. Anzi tanto più si è individualmente avanti in tale percorso tanto più è necessario impegnarsi affinché la nostra società prosegua il suo cammino di crescita e prosperi, così, per mezzo e secondo i valori propri dell’umanità.
28/02/2006
Mi convinco sempre di più del fatto che ciascuno di noi debba operare affinché, al termine del proprio percorso terreno, il saldo sia attivo. Capisco che questa affermazione possa sembrare poco comprensibile e, dunque, mi spiego meglio. Ogni uomo sin dal suo primo vagito inizia a trarre dal mondo circostante tutto ciò di cui necessita (e questo è non solo comprensibile ma anche giusto) fino a quando ad un certo punto della vita, giunto all’autosufficienza, il rapporto deve invertirsi. Non solo secondo natura ma anche secondo cultura si deve iniziare a dare. Pensiamo ad una bilancia. Uno dei suoi due piatti dovrà normalmente pendere a favore del bambino; egli ha bisogno di cure e tutti devono sostenerlo: i genitori, gli educatori ed anche coloro che intervengono nei regolari processi di crescita. Quando, però, poi quel bambino è diventato adulto, finito il periodo della crescita e della formazione che lo porta ad essere autonomo, la bilancia non dovrà più pendere dal suo lato. Ora sarà lui che dovrà fornire al mondo che lo circonda, all’ambiente ove vive, il suo apporto costante e costruttivo. Purtroppo, spesso, il normale processo si inceppa e così vediamo tanti uomini ormai adulti ma, ahimè, non ancora cresciuti che invece di dare continuano a prendere ed a pretendere. Tante persone (certamente lo verifichiamo in molti ambiti quotidianamente) arrestano la propria fase di crescita mantenendo sempre sbilanciato a proprio favore il rapporto con il mondo. Quando la bilancia arriva in equilibrio? Quando quel determinato soggetto ha raggiunto la soglia della responsabilità. Solo allora egli sarà cosciente del suo pieno ruolo, solo allora comprenderà che il suo essere individuo si completa unicamente con la dimensione sociale connaturata al suo essere uomo. Ed a quel punto avrà sempre presente un imperativo morale: ciò che si dà deve essere sempre più di quello che si prende ed il saldo sempre attivo a favore di quella VITA che esisteva già prima del nostro arrivo e che continuerà anche dopo noi. Quale, dunque, il nostro possibile ed unico orgoglio? Essere, alla fine, coscienti di aver lasciato qualcosa in più di quello che, a suo tempo, abbiamo trovato. Certo non tutti potremo fare ciò che le grandi personalità della storia hanno fatto ma in ogni caso avremo dato il nostro contributo. Come dice il vecchio adagio…..“di tante gocce è fatto il mare”.
30/01/2006
Oggi è per me, inevitabilmente, tempo di riflessione. E’ naturale e non potrebbe essere diversamente. Per molte cose mi ritengo soddisfatto (…direi per tutte quelle che attengono al necessario) ma il mio animo è comunque inquieto. Perché? Cos’è che più mi assilla ed angustia? Cos’è che non comprendo? Cos’è che dà origine a questa sensazione di malessere e di vuoto?
In realtà da tempo mi accorgo di non essere capace di spiegare il motivo di certi comportamenti che sono, ahimè, sempre più diffusi. Purtroppo anche nella cerchia delle conoscenze vicine. Com’è possibile che, guardandosi attorno, sia talmente difficile trovare persone che siano disposte ad assumersi ruoli che non danno vantaggi materiali? Come mai nella nostra realtà è scarsamente presente il valore della gratuità? Com’è che così poco interessa il valore dell’amicizia considerato che spesso, e con estrema facilità da parte dei più, si decide a cuor leggero di comprometterla? Perché quasi nessuno usa modi gentili (dal saluto cordiale al rispettoso riguardo) che, di norma, dovrebbero essere la regola? Perché spesso, nei rapporti interpersonali, invece di cercare di chiarire un malinteso lo si accantona volutamente in attesa, però, non di risolverlo ma di avere l’occasione propizia per compiere il massimo danno? Come mai si ritiene impensabile perdonare i torti subiti ed assurdo chiedere perdono per quelli causati? Perché è così difficile trovare qualcuno che ispiri i suoi comportamenti alla mitezza, virtù astrattamente riconosciuta ma concretamente ignorata su cui, certamente, si fonda ogni processo di crescita individuale e collettiva? Perché così poca gente è disposta a compiere atti doverosi se solo comportano un qualche sacrificio? Come mai non si è capaci di riconoscer nulla agli altri se non per diretto interesse o ipocrita piaggeria?
Ebbene, forse, riuscirà difficile da comprendere ma quello che mi angustia è proprio questo: provare un grande disagio per queste vicende e vivere tutto ciò con un’altrettanto grande sensazione di solitudine. Esiste un luogo dove, in sintonia con altri, siano realmente stimati i valori che mi stanno a cuore?
E’ proprio questa la mia ricerca ed il mio “zahir”.

21/12/2005
L’intelligenza priva di amore, ti rende perverso. La giustizia senza amore, ti rende spietato. La diplomazia senza amore, ti rende ipocrita. Il successo senza amore, ti rende arrogante. La ricchezza senza amore, ti rende avaro. La docilità senza amore, ti rende sottomesso. La povertà senza amore, ti rende orgoglioso. La bellezza senza amore, ti rende ridicolo. L’autorità senza amore, ti rende tiranno. Il lavoro senza amore, ti rende schiavo. La semplicità senza amore, ti toglie valore. La preghiera senza amore, ti rende introverso. La legge senza amore, ti schiavizza. La politica senza amore, ti rende egoista. La fede senza amore, ti rende fanatico. La croce senza amore, diventa tortura. La vita senza amore…non ha senso.
28/11/2005
Purtroppo è successo. E' successo anche a me. Anche a me ciò che quotidianamente accade, purtroppo, a centinaia di cittadini in tutta Italia. Aggredito, malmenato, derubato. Ma riflettendo bene non è solo questo che mi sconvolge. Non solo il subire violente percosse o lo choc di ciò che avviene in un attimo tumultuoso. Il sentimento, che ora è subentrato alla rabbia iniziale, è la delusione. Si, mi sento deluso o meglio tradito. Tradito da una città che amo e che ormai vivo da decenni e che, in fondo, non è neanche la mia (semmai - oggi - io ne abbia una); da una città che ho tante volte accoratamente difeso da affermazioni qualunquistiche di amici e conoscenti del nord. Bella questa! ...e pensare che fino a pochi giorni fa pensavo proprio che lo fosse e mi dicevo: "ormai è questa la mia vera città, qui io vivo la gran parte della mia giornata". Che confusione, com'è facile che tutti i pensieri siano rimescolati; com'è rapido passare dalla certezza all'insicurezza, dal tepore alla freddezza, dal vivere con impulsi d'iniziativa alla sensazione di dover subire. Forse non è male che ogni tanto vi sia occasione di rimettersi in discussione; di riflettere su ciò che davi - ormai e da tempo - per acquisito e scontato; di riappropiarsi di un sentimento, di quel sentimento di provvisorietà così strettamente connaturato alla condizione umana. Che strani percorsi segue il pensiero. Infatti - dopo aver visto ripassare alla mente tutte le primarie esigenze e gli essenziali affetti - poi, arriva di tutto. E ad esempio: la domanda su come sia difficile crescrere oggi in ambiti degradati; su come sia difficile riemergere dalla voragine di squallore, indigenza, povertà e disperazione che, generalmente, sentiamo essere così tanto lontana da noi quasi fosse solo una storia, relegata nelle pagine di cronaca dei giornali. E invece no, perchè tutto ciò è carne, è sangue, è vita quotidiana ed è gente, gente viva! E, allora, è questa un'occasione in più per dire - a noi stessi e ad ognuno - che bisogna fare quotidianamente il proprio dovere; bisogna fare, ogni giorno e con determinazione, la propria piccola parte. Solo così potremo assolvere quello che credo sia il nostro unico compito: lasciare, un giorno, questo mondo un po' meglio di come lo abbiamo trovato.

20/10/2005
Con riferimento alla questione dell'influenza aviaria e del temuto contagio si può notare che su tutti i media si parla di oche, anatre e polli ma nessuno - neanche gli esperti intervistati - ci dice se l'infezione possa trasmettersi anche a colombe, piccioni, tortore, merli e altre specie normalmente presenti nelle nostre città. In questo malaugurato ma forse probabile caso credo sia solo questione di tempo ed il controllo delle carni destinate all'alimentazione umana potrà solo ritardare (di poco) il diffondersi dell'infezione nelle nostre città massicciamente popolate da tanti uccelli ed abbondantemente irrorate dalle loro deiezioni. Sapremo mai la verità?


07/10/2005
Legge elettorale. Ciclicamente se ne torna a parlare. Come in ogni cosa in Italia, però, solo secondo le proprie convenienze. Infatti, le questioni non vengono affrontate perché importanti ma in quanto ciò interessa ad uno specifico soggetto ed in un particolare momento storico. Personalmente appartengo a quel, ahimè minoritario, gruppo di persone che ritengono invece che la legge elettorale rappresenti un nodo cruciale in ogni democrazia. Infatti nulla, a mio giudizio, mina più ferocemente le basi del sistema democratico che un sistema elettorale inadeguato al correlato sistema istituzionale. Come molti certamente ricorderanno, nel libro XI de Lo spirito delle leggi, Montesquieu traccia la teoria della separazione dei poteri. Partendo dalla considerazione che "il potere assoluto corrompe assolutamente" l'autore analizza i tre generi di poteri che vi sono in ogni Stato: il potere legislativo, il potere esecutivo e il potere giudiziario. Essi, però, in una democrazia devono essere pure esercitati da organi indipendenti e di conseguenza essere totalmente indipendenti l'uno dall'altro. Personalmente ritengo da sempre, e molti amici non potranno che darmene atto, che il sistema elettorale più adeguato al nostro assetto istituzionale sia quello proporzionale anzi proporzionale puro. Non che il sistema maggioritario non vada bene in assoluto anzi sarà magari ideale in altre realtà, come gli U.S.A. dove però guarda caso la maggioranza parlamentare appartiene sempre al partito avverso al presidente in carica, ma non nella nostra. In Italia, infatti, abbinato al sistema maggioritario abbiamo avuto proprio in questi anni la riduzione dei poteri a due con la coincidenza di quello legislativo e di quello esecutivo e pure il purtroppo ricorrente tentativo di ricondurre anche il potere giudiziario sotto il medesimo controllo. Certamente non può esservi equità in un sistema dove chi governa fa anche le leggi (e magari le applica), quanto meno perché rimane sempre il dubbio che le faccia a proprio uso e consumo. Certo rimane sul tavolo un altro importante problema: quello della governabilità. Esso, però, non è direttamente collegato al sistema elettorale che deve essere prioritariamente rivolto alla costituzione delle camere legislative e non deve mai portarci a svendere la democrazia. Solo un sistema proporzionale puro può dare la certezza che tutte le componenti del corpo sociale partecipino, certo secondo il loro peso, all'emanazione delle leggi. La governabilità può in tale sistema realizzarsi, ad esempio, con l'elezione diretta del premier che in tal modo non necessita della fiducia delle camere. Egli governa con i ministri che sceglie e ciò - se non per gravi motivi - fino a scadenza del mandato, non risponde al parlamento ma direttamente agli elettori e non influisce in alcun modo sulla produzione legislativa alla quale è assolutamente sottoposto. Evitiamo che alimentando il malinteso ci portino alla riproposizione sotto mentite spoglie di premi di maggioranza e nuove leggi truffa. Sia chiaro e lo sia in maniera definitiva che la governabilità non deve dipendere dal sistema elettorale né il sistema elettorale dalla volontà o dai capricci di un governo che paradossalmente, e smentendo la buona prassi esistente dalla rivoluzione francese ad oggi, fa anche le leggi.


06/09/2005
Anche questa volta ci risiamo. Gli uragani devastano gli U.S.A. e, come spesso accade quando c’è un grave evento che interessa le strutture di protezione civile, al danno si aggiunge la beffa cioè la tragica difficoltà di intervenire con i soccorsi in modo tempestivo ed efficace a causa della mancanza di un adeguato coordinamento. Leggiamo anche la seguente agenzia: <<A causa della mancanza di comunicazione - ha detto Henri Whitehorn capo della polizia dello stato della Louisiana - non riusciamo a coordinare bene i nostri agenti sul campo: l'inondazione ha spazzato via il nostro sistema di comunicazione….>>
Problema principale e propedeutico rispetto a qualunque altro: l’impossibilità di comunicare.
Oggi tutti, e spesso anche le autorità preposte a vari livelli, pensiamo di non aver nessun problema con le comunicazioni. Siamo, infatti, stabilmente inondati da un surplus di offerta. Ma è sempre così? No, infatti, tutte le volte che la natura mostra la sua potenza la prima cosa che salta sono proprio i sistemi di comunicazione. Nelle zone colpite non funzionano più - in quanto danneggiate buona parte delle strutture di interconnessione - le linee telefoniche ed anche i ripetitori delle comunicazioni cellulari non riescono ad assicurare il traffico in quanto vengono saturati da una massa enorme di richieste d’accesso che non sono in grado di gestire. E di conseguenza non funziona neanche la rete internet.
Cosa rimane? Solo ed esclusivamente le comunicazioni radio. Null’altro. Solo comunicazioni dirette tra stazioni ricetrasmittenti di tipo analogico. Apparecchiature gestite ormai unicamente dai radioamatori.
E cosa fanno le istituzioni per garantire tale risorsa - indispensabile - in tali situazioni. Molto poco. Ad esempio la maggior parte degli enti locali, che in Italia sono le istituzioni preposte alla gestione dei primi interventi, spesso niente. Tanto si illudono di avere sempre a disposizione i soliti cellulari (per carità ottimi in situazioni di normalità) ed anche propri sistemi di radiocomunicazioni, che però guarda caso sono gestiti tramite ponti ripetitori che spesso vengono danneggiati da gravi eventi tellurici o atmosferici. Nessuna attenzione, quindi, a quell’unico ed ormai sparuto drappello di appassionati che rappresenta, però, anche l’unica risorsa che oggi sarebbe in grado di intervenire. E non parliamo poi delle grandi Istituzioni (Europa in testa) che, per legge, aboliscono l’obbligatorietà per i radioamatori della conoscenza della telegrafia. Tale lagnanza certamente risulta incomprensibile ai non addetti ai lavori ma rappresenterà un ulteriore problema proprio in situazioni di grave crisi. Infatti fino ad ora, proprio per le conoscenze richieste ai fini della superamento degli esami ministeriali, ogni radioamatore era in condizione di allestire, con pochi componenti reperiti anche in condizioni di fortuna, un semplice trasmettitore telegrafico. Ma alla semplicità di allestimento dell’impianto fa da obbligatorio contrappunto una specifica abilità: la capacità di ricevere e trasmettere in telegrafia. D’ora in poi i neoradioamatori, pur magari continuando ancora a sapere costruire il sistema trasmittente, non sapranno più usarlo (non avendo più l’obbligo di conoscere tale sistema). Vedete cosa succede quando le decisioni vengono prese da chi evidentemente non conosce bene le cose? E di ciò, in questa nostra Italia, potremmo fare molti altri esempi. Non ci resta, purtroppo, molto da fare se non….gli scongiuri e sperare bene!


11/07/2005
Siate amici e non consentite mai all’invidia di rovinare i vostri rapporti perché solo l’amicizia può rendere reali i sogni;
siate uniti e non consentite mai alla meschinità di insidiare il vostro cammino perché solo l’unità consente di realizzare i sogni al meglio;
siate miti e non consentite mai all’arroganza di turbare il vostro equilibrio perché solo la mitezza rende sereni i vostri sogni;
siate schietti e non consentite mai alla falsità di intorbidare il vostro cuore perché solo la sincerità rende radiosi i sogni;
siate giusti e non consentite mai all’arbitrio di prevalere sulla vostra integrità perché solo la giustizia rende possibili i sogni;
siate speranzosi e non consentite alla tracotanza di cancellare il vostro sorriso perché solo la speranza dà la possibilità all’umanità di sognare.


18/06/2005
Anche quest’anno ho avuto modo di guardare alla televisione la sfilata tenuta ai Fori Imperiali in occasione della Festa della Repubblica. Molti criticano manifestazioni come questa giudicandole inopportune. Non penso che tale tesi possa essere condivisa. Innanzi tutto perché credo che leggendo in modo sereno ciò che tale momento vuole rappresentare non ci si possa limitare soltanto a quell’aspetto superficiale che vede nella parata una esibizione di forza. Non è così e ciò per vari motivi: innanzi tutto sappiamo con certezza (almeno fino a quando non si penserà di modificare anche l’art.11 della Costituzione) che “l'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali” e che per noi italiani la parola Esercito è sinonimo esclusivamente di difesa della Patria e di operazioni di pace. Certo bisogna vigilare perché a tali principi ci si attenga e che il dettato costituzionale venga sempre correttamente interpretato e mai piegato da opportunità che su altri interessi si fondano. Ancora perché la leva ormai purtroppo abolita, in ossequio ad una tesi che la vedeva inutile e concorrente alla necessaria evoluzione delle nostre forze armate in senso professionale, rappresentava uno straordinario mezzo per rafforzare l’identità nazionale e fondare sentimenti di amicizia transregionali che posso assicurare durano nel tempo. Le prossime generazioni non conosceranno quel patrimonio di relazioni e stima che solo in ambito giovanile e cameratesco possono fondarsi in maniera forte, in maniera così intensa da lasciare per tutta la vita ed al di là della futura frequentazione un sentimento di affetto per i propri commilitoni e per quella Italia che pur avendoti tolto la libertà di disporre di un anno della tua vita ti ha dato la possibilità di acquisire in modo definitivo valori e sentimenti. Valori come il senso dello Stato che oggi, in tempi di individualismo esasperato, più che mai hanno bisogno di essere instillati e sentimenti che ne rappresentano il necessario nutrimento come – ad esempio - l’emozione di cantare ancora ed a distanza di anni l’inno nazionale stando sull’attenti, di commuoversi ascoltando i militari della Brigata Sassari cantare in dialetto o come ancora il grato ricordo verso coloro che in ogni tempo, dal milite ignoto al lagunare Vanzan, hanno perso la vita nell’adempimento del dovere. Tutti questi fatti non possono essere considerati come semplici nostalgie di scarso valore addebitabili a soggetti anziani ma semi che in futuro potranno dare, come hanno dato per decenni, i loro frutti nelle piccole e nelle grandi cose della vita di alcuni cittadini e ciò, ad esempio, nella scelta personale di intraprendere una carriera lavorativa al servizio della collettività o molto più semplicemente nel considerare con pazienza e disponibilità - anziché con sufficienza ed insofferenza come purtroppo spesso avviene - il necessario servizio di verifica di auto e persone che viene effettuato dalle forze dell’ordine nell’ambito delle ordinarie operazioni di controllo del territorio.

Ma una cosa è sapere, altro è ......sentire e proprio questo è ciò di cui ho cercato di parlare!


13/05/2005
Trovo estremamente disgustosa la polemica ormai avviata già da qualche settimana e  riguardante l’importo medio (100 euro) del rinnovo contrattuale nel pubblico impiego. Si sostiene con pervicacia che non è possibile andare ad un rinnovo che superi gli importi già attribuiti nei comparti privati ed anzi se ne propone uno di importo inferiore. Trovo fastidiosamente incomprensibile il fatto che nessuno, neanche il sindacato, evidenzi le differenze per cui ormai da tanti, troppi anni i dipendenti statali soffrono a beneficio di tutti i cittadini, autonomi e dipendenti dei comparti privati compresi! Mi permetto sommessamente di ricordare che già dall’01/01/1989, per esigenze di finanza pubblica, per tutti i dipendenti statali appartenenti agli ex livelli è stata soppressa la progressione economica cioè quel meccanismo che ancora esiste nei comparti privati e secondo cui più un dipendente matura anzianità di servizio più guadagna. Risultato: un dipendente pubblico appartenente alla già citata categoria (la maggioranza) in servizio dal 1989 ed un altro in servizio dal mese scorso percepiscono esattamente lo stesso importo netto in busta paga. Infatti in questi sedici anni lo stipendio di questa ampia categoria di statali si è incrementato esclusivamente degli importi tabellari previsti dai contratti collettivi mentre per i dipendenti dei comparti privati oltre a detti incrementi la retribuzione è aumentata per effetto delle cosiddette classi stipendiali cioè di un aumento economico attribuito ogni due anni di servizio. E non parlo certo per ipotesi ma racconto ciò che vivono molte famiglie nel quotidiano: uno dei coniugi, dipendente pubblico; l’altro, dipendente privato; anzianità simile; entrambi impiegati “di concetto”; differenza stipendiale annua pari circa al mancato maturato economico. Certo mi risulta strano credere che tutto ciò non sia noto agli illustri rappresentanti del Governo, agli economisti, ai vertici di Confindustria, ai rappresentanti sindacali, a coloro che in seno all’A.R.A.N. rappresentano la parte pubblica ed ora anche ai magistrati della Corte dei Conti. Ma guarda caso nessuno lo dice, nessuno lo ricorda. Come è possibile fare maturare in maniera adeguata l’opinione dei cittadini se ormai da tempo in questo paese l’informazione che si fornisce è raramente completa? Il rapporto di pubblico impiego ormai da tempo è stato, credo giustamente, privatizzato ma tale privatizzazione dovrebbe essere attuata in maniera completa. Quando la contrattazione dei pubblici comparti sarà realmente libera così come si conviene ad un sereno rapporto contrattuale? Quando sarà svincolata da pareri, opinioni e limiti che rendono la privatizzazione valida ed operante solo per ciò che penalizza i dipendenti? Quando anche per detti contratti varrà la basilare regola della sinallagmaticità secondo la quale o i dipendenti vengono retribuiti adeguatamente o si concorda una riduzione della prestazione fornita? E badate bene: non certo riduzione di orario a parità di stipendio ma riduzione della prestazione lavorativa in maniera proporzionale alla minore retribuzione corrisposta. Perché tutto ciò che non meraviglia in un rapporto di tipo privato diventa un tabù se è riferito a pubblici dipendenti e soprattutto se è loro favorevole?