18/11/2009
In questi ultimi decenni stiamo certo
assistendo a molti cambiamenti. Non che questo sia di per se un male
ma,
certamente, lo è se il cambiamento realizzato conduce ad un
deterioramento
della situazione preesistente.
Come spesso avviene in Italia
tali mutamenti vengono giustificati da motivazioni nobili e/o
condivisibili ma
in realtà spesso dietro la facciata troviamo “altro”. Inoltre chi si
discosta
dall’analisi falsa ma credibile (perché diffusa da un tam tam mediatico
che,
penetrando nella mentalità del cittadino medio, diventa assioma) - pur
fornendo
supporto logico alle proprie argomentazioni - viene classificato con il
marchio
di una mentalità vecchia ed ostile al cambiamento per principio o,
addirittura,
viene tacciato di essere in mala fede.
Partendo da tali premesse notiamo
che negli anni ‘80 ed in parte anche ‘90 - pur essendovi molti noti
problemi - la
realtà sociale era caratterizzata da un generale ottimismo; da
benessere
ampiamente diffuso; dal massiccio avvio di attività d’impresa nel
settore dei
servizi; dalla massima espansione del fenomeno dell’inclusione sociale
(picco
massimo nella c.d. società dei 2/3); da una più convinta accoglienza
dello
straniero quale soggetto integrabile nel nostro ambiente; da un’ampia
fiducia
nelle istituzioni, nei processi di riforma avviati e da grandi
aspettative
derivanti dal ruolo sempre più marcato dell’Unione Europea; dalla
disponibilità
dei cittadini a far parte di associazioni aventi finalità
solidaristiche e
benefiche.
A partire dalla metà degli anni
’90 assistiamo alla demolizione lenta ma costante di tutto quanto già
realizzato
ed anzi ad una regressione causa del deterioramento della nostra realtà
sociale: il pessimismo impera e l’incertezza del futuro è sensazione
diffusa;
molte imprese ed attività commerciali sono in difficoltà o addirittura
chiudono; si imputa la causa di molti mali allo straniero o al diverso
aumentando la diffidenza verso l’altro e distogliendo l’attenzione
dalle vere
ragioni; ci si avvia ad ampie falcate verso la società dell’1/3
lasciando fasce
sempre più ampie di persone ai margini o addirittura nel disagio; cala
la
fiducia nelle istituzioni (è proprio di oggi la notizia che non si
riescono a
coprire i posti messi a concorso presso gli uffici delle Procure della
Repubblica per mancanza di candidati); nessuno crede più alla
possibilità di
effettuare riforme vere (ad es. riduzione del numero dei parlamentari;
abolizione delle province; legge elettorale che ridia un giusto ruolo
al
Parlamento e dignità ai Parlamentari) anziché l’emanazioni di norme che
seppur
di grande impatto sull’opinione pubblica (vedi la grande popolarità
personale di
qualche ministro) poco realizzano per le vere necessità del paese; fuga
dall’impegno sociale e politico dei cittadini e innalzamento di
barricate a protezione
del proprio “orticello” con aumento della litigiosità a tutti i livelli
(dai
luoghi di lavoro ai condomini, dai reality a trasmissioni colte e di
approfondimento).
Orbene se – come già diceva Seneca – fine dell’uomo è compiere il bene
è
certo (e non controvertibile) che il fine degli uomini che ci
rappresentano a
tutti i livelli istituzionali e nei vari centri decisionali deve essere
compiere
il bene comune. Solo con questo metro bisogna giudicare la bontà del
loro
operato che, se sincero e correttamente diretto, porterà ad un
incremento del
benessere e dell’inclusione (tendente virtualmente ai 3/3). Ma dato
che, ovviamente,
le vie per raggiungere tale obiettivo possono essere diverse e che la
loro definizione
e scelta compete principalmente a chi governa come è possibile
giudicare la
bontà del percorso individuato? Ovviamente dagli effetti che dovranno
essere
rapidi nel portar beneficio evitando sempre - comunque e prima di ogni
cosa –
di adottare nuovi provvedimenti che allarghino ulteriormente la forbice
tra
coloro che vivono nel benessere e coloro che patiscono. Dalla
rivoluzione
francese in poi l’esistenza dello Stato, infatti, non può più trovare
giustificazione nell’esigenza di fornire ai più forti un’ulteriore
strumento
per tutelare la propria condizione ma, bensì, nell’esigenza di
contenere l’impeto degli stessi e di fondare così una comunità
nazionale alimentata
dai valori di un popolo e che si basi su quei principi di libertà,
uguaglianza
e fratellanza che sono propri di ogni vera democrazia.

03/05/2006
Finalmente l'ho fatto! Da circa vent'anni aspettavo di farlo. Ma fatto
cosa? Oltre cento chilometri a piedi in Galizia tra boschi di querce e
castagni, come "der suchende".
Si dice che il pellegrino non erra in quanto, a differenza dal
vagabondo, possiede una meta. Ma è veramente così?
E poi, in ogni caso, oltre alla meta bisogna tener presente anche altri
elementi: il tempo, la distanza, la stanchezza, il silenzio.
Il tempo deve essere abbastanza da permetterti il distacco
dall'ordinaria routine.
La distanza deve dare il senso del percorso fatto ed un'idea di quello
da compiere: così si comprende che la meta motiva il cammino ma non lo
esaurisce. Anzi....
La stanchezza che, quando sembra diventare insopportabile dolore
fisico, scioglie le articolazioni ed i muscoli e ti porta ad assumere
un ritmo nella postura e nell'andamento che ti rendono quasi estraneo
ed allora non senti più affanno e continui a procedere quasi per
inerzia, indipendentemente dalla tua volontà, come se fossi spettatore
di te stesso.
Il silenzio che - solo - da sensazione di assenza, rende possibile la
percezione di un te non fisico.
Il fatto di essere in cammino assume, così, un’importanza analoga al
raggiungimento della meta.
E allora...?
E allora come dice un racconto yiddish "...esiste una mitzvah che
impone di mettere una mezuzah su ogni stipite della porta di casa. La
mezuzah ricorda all’uomo che viene da lontano, che il viaggio non
finisce mai, che l’uomo è sempre in cammino....".
Ed ancora "E questo è il patto che farò con la casa d’Israele dopo quei
giorni, dice il Signore: Io porrò le mie leggi nelle loro menti, e le
scriverò sui loro cuori; e sarò il loro Dio, ed essi saranno il mio
popolo" (Ebrei, 8:10).
Non in un posto lontano. Nella casa e nel cuore.
Per comprendere ciò, vent'anni della mia vita e tanta strada nelle
gambe. Sono felice d'averlo fatto.
20/10/2005
Con riferimento alla questione dell'influenza aviaria e del temuto
contagio si può notare che su tutti i media si parla di oche, anatre e
polli ma nessuno - neanche gli esperti intervistati - ci dice se
l'infezione possa trasmettersi anche a colombe, piccioni, tortore,
merli e altre specie normalmente presenti nelle nostre città. In questo
malaugurato ma forse probabile caso credo sia solo questione di tempo
ed il controllo delle carni destinate all'alimentazione umana potrà
solo ritardare (di poco) il diffondersi dell'infezione nelle nostre
città massicciamente popolate da tanti uccelli ed abbondantemente
irrorate dalle loro deiezioni. Sapremo mai la verità?
07/10/2005
Legge elettorale. Ciclicamente se ne torna a parlare. Come
in ogni cosa in Italia, però, solo secondo le proprie convenienze.
Infatti, le
questioni non vengono affrontate perché importanti ma in quanto ciò
interessa
ad uno specifico soggetto ed in un particolare momento storico.
Personalmente
appartengo a quel, ahimè minoritario, gruppo di persone che ritengono
invece
che la legge elettorale rappresenti un nodo cruciale in ogni
democrazia.
Infatti nulla, a mio giudizio, mina più ferocemente le basi del sistema
democratico che un sistema elettorale inadeguato al correlato sistema
istituzionale. Come molti certamente ricorderanno, nel libro XI de Lo
spirito delle leggi, Montesquieu traccia la teoria della
separazione dei
poteri. Partendo dalla considerazione che "il potere assoluto corrompe
assolutamente" l'autore analizza i tre generi di poteri che vi sono in
ogni Stato: il potere legislativo, il potere esecutivo e il potere
giudiziario.
Essi, però, in una democrazia devono essere pure esercitati da organi
indipendenti e di conseguenza essere totalmente indipendenti l'uno
dall'altro.
Personalmente ritengo da sempre, e molti amici non potranno che darmene
atto,
che il sistema elettorale più adeguato al nostro assetto istituzionale
sia quello
proporzionale anzi proporzionale puro. Non che il sistema maggioritario
non
vada bene in assoluto anzi sarà magari ideale in altre realtà, come gli
U.S.A.
dove però guarda caso la maggioranza parlamentare appartiene sempre al
partito
avverso al presidente in carica, ma non nella nostra. In Italia,
infatti,
abbinato al sistema maggioritario abbiamo avuto proprio in questi anni
la
riduzione dei poteri a due con la coincidenza di quello legislativo e
di quello
esecutivo e pure il purtroppo ricorrente tentativo di ricondurre anche
il
potere giudiziario sotto il medesimo controllo. Certamente non può
esservi
equità in un sistema dove chi governa fa anche le leggi (e magari le
applica),
quanto meno perché rimane sempre il dubbio che le faccia a proprio uso
e consumo.
Certo rimane sul tavolo un altro importante problema: quello della
governabilità. Esso, però, non è direttamente collegato al sistema
elettorale
che deve essere prioritariamente rivolto alla costituzione delle camere
legislative e non deve mai portarci a svendere la democrazia. Solo un
sistema
proporzionale puro può dare la certezza che tutte le componenti del
corpo
sociale partecipino, certo secondo il loro peso, all'emanazione delle
leggi. La
governabilità può in tale sistema realizzarsi, ad esempio, con
l'elezione diretta del premier che in tal modo non necessita della
fiducia
delle camere. Egli governa con i ministri che sceglie e
ciò - se
non per gravi motivi - fino a scadenza del mandato, non risponde al
parlamento
ma direttamente agli elettori e non influisce in alcun modo sulla
produzione
legislativa alla quale è assolutamente sottoposto. Evitiamo che
alimentando il
malinteso ci portino alla riproposizione sotto mentite spoglie di premi
di
maggioranza e nuove leggi truffa. Sia chiaro e lo sia in maniera
definitiva che
la governabilità non deve dipendere dal sistema elettorale né il
sistema
elettorale dalla volontà o dai capricci di un governo che
paradossalmente, e
smentendo la buona prassi esistente dalla rivoluzione francese ad oggi,
fa
anche le leggi.
06/09/2005
Anche questa volta ci risiamo. Gli uragani devastano gli
U.S.A. e, come spesso accade quando c’è un grave evento che interessa
le
strutture di protezione civile, al danno si aggiunge la beffa cioè la
tragica
difficoltà di intervenire con i soccorsi in modo tempestivo ed efficace
a causa
della mancanza di un adeguato coordinamento. Leggiamo anche la seguente
agenzia: <<A causa della mancanza di comunicazione - ha detto
Henri
Whitehorn capo della polizia dello stato della Louisiana - non
riusciamo a coordinare
bene i nostri agenti sul campo: l'inondazione ha spazzato via il nostro
sistema
di comunicazione….>>
Problema principale e propedeutico rispetto a qualunque altro: l’impossibilità
di comunicare.
Oggi tutti, e spesso anche le autorità preposte a vari livelli,
pensiamo di non
aver nessun problema con le comunicazioni. Siamo, infatti, stabilmente
inondati
da un surplus di offerta. Ma è sempre così? No, infatti, tutte le volte
che la
natura mostra la sua potenza la prima cosa che salta sono proprio i
sistemi di
comunicazione. Nelle zone colpite non funzionano più - in quanto
danneggiate
buona parte delle strutture di interconnessione - le linee telefoniche
ed anche
i ripetitori delle comunicazioni cellulari non riescono ad assicurare
il
traffico in quanto vengono saturati da una massa enorme di richieste
d’accesso
che non sono in grado di gestire. E di conseguenza non funziona neanche
la rete
internet.
Cosa rimane? Solo ed esclusivamente le comunicazioni radio. Null’altro.
Solo
comunicazioni dirette tra stazioni ricetrasmittenti di tipo analogico.
Apparecchiature gestite ormai unicamente dai radioamatori.
E cosa fanno le istituzioni per garantire tale risorsa - indispensabile
- in
tali situazioni. Molto poco. Ad esempio la maggior parte degli enti
locali, che
in Italia sono le istituzioni preposte alla gestione dei primi
interventi,
spesso niente. Tanto si illudono di avere sempre a disposizione i
soliti
cellulari (per carità ottimi in situazioni di normalità) ed anche
propri
sistemi di radiocomunicazioni, che però guarda caso sono gestiti
tramite ponti
ripetitori che spesso vengono danneggiati da gravi eventi tellurici o
atmosferici. Nessuna attenzione, quindi, a quell’unico ed ormai sparuto
drappello di appassionati che rappresenta, però, anche l’unica risorsa
che oggi
sarebbe in grado di intervenire. E non parliamo poi delle grandi
Istituzioni
(Europa in testa) che, per legge, aboliscono l’obbligatorietà per i
radioamatori della conoscenza della telegrafia. Tale lagnanza
certamente
risulta incomprensibile ai non addetti ai lavori ma rappresenterà un
ulteriore
problema proprio in situazioni di grave crisi. Infatti fino ad ora,
proprio per
le conoscenze richieste ai fini della superamento degli esami
ministeriali,
ogni radioamatore era in condizione di allestire, con pochi componenti
reperiti
anche in condizioni di fortuna, un semplice trasmettitore telegrafico.
Ma alla
semplicità di allestimento dell’impianto fa da obbligatorio
contrappunto una
specifica abilità: la capacità di ricevere e trasmettere in telegrafia.
D’ora in poi i
neoradioamatori, pur magari continuando ancora a sapere costruire il
sistema
trasmittente, non sapranno più usarlo (non avendo più l’obbligo di
conoscere tale
sistema). Vedete cosa succede quando le decisioni vengono prese da chi
evidentemente non conosce bene le cose? E di ciò, in questa nostra
Italia,
potremmo fare molti altri esempi. Non ci resta, purtroppo, molto da
fare se non….gli
scongiuri e sperare bene!
11/07/2005
Siate amici e non consentite mai
all’invidia di rovinare i vostri rapporti perché solo l’amicizia può
rendere
reali i sogni;
siate uniti e non consentite mai
alla meschinità di insidiare il vostro cammino perché solo l’unità
consente di
realizzare i sogni al meglio;
siate miti e non consentite mai
all’arroganza di turbare il vostro equilibrio perché solo la mitezza
rende
sereni i vostri sogni;
siate schietti e non consentite
mai alla falsità di intorbidare il vostro cuore perché solo la
sincerità rende
radiosi i sogni;
siate giusti e non consentite mai
all’arbitrio di prevalere sulla vostra integrità perché solo la
giustizia rende
possibili i sogni;
siate speranzosi e non consentite
alla tracotanza di cancellare il vostro sorriso perché solo la speranza
dà la
possibilità all’umanità di sognare.
Ma una cosa è sapere, altro è ......sentire e proprio questo è ciò di cui ho cercato di parlare!
13/05/2005
Trovo estremamente disgustosa la
polemica ormai avviata già da qualche settimana e riguardante
l’importo medio (100 euro) del rinnovo contrattuale
nel pubblico impiego. Si sostiene con pervicacia che non è possibile
andare ad
un rinnovo che superi gli importi già attribuiti nei comparti privati
ed anzi
se ne propone uno di importo inferiore. Trovo fastidiosamente
incomprensibile
il fatto che nessuno, neanche il sindacato, evidenzi le differenze per
cui
ormai da tanti, troppi anni i dipendenti statali soffrono a beneficio
di tutti
i cittadini, autonomi e dipendenti dei comparti privati compresi! Mi
permetto
sommessamente di ricordare che già dall’01/01/1989, per esigenze di
finanza
pubblica, per tutti i dipendenti statali appartenenti agli ex livelli è
stata
soppressa la progressione economica cioè quel meccanismo che ancora
esiste nei
comparti privati e secondo cui più un dipendente matura anzianità di
servizio
più guadagna. Risultato: un dipendente pubblico appartenente alla già
citata
categoria (la maggioranza) in servizio dal 1989 ed un altro in servizio
dal
mese scorso percepiscono esattamente lo stesso importo netto in busta
paga.
Infatti in questi sedici anni lo stipendio di questa ampia categoria di
statali
si è incrementato esclusivamente degli importi tabellari previsti dai
contratti
collettivi mentre per i dipendenti dei comparti privati oltre a detti
incrementi la retribuzione è aumentata per effetto delle cosiddette
classi
stipendiali cioè di un aumento economico attribuito ogni due anni di
servizio.
E non parlo certo per ipotesi ma racconto ciò che vivono molte famiglie
nel quotidiano: uno dei coniugi, dipendente pubblico; l’altro,
dipendente privato; anzianità simile; entrambi impiegati “di concetto”;
differenza stipendiale annua pari circa al mancato maturato economico.
Certo mi
risulta strano credere che tutto ciò non sia noto agli illustri
rappresentanti
del Governo, agli economisti, ai vertici di Confindustria, ai
rappresentanti
sindacali, a coloro che in seno all’A.R.A.N. rappresentano la parte
pubblica ed
ora anche ai magistrati della Corte dei Conti. Ma guarda caso nessuno
lo dice,
nessuno lo ricorda. Come è possibile fare maturare in maniera adeguata
l’opinione dei cittadini se ormai da tempo in questo paese
l’informazione che
si fornisce è raramente completa? Il rapporto di pubblico impiego ormai
da
tempo è stato, credo giustamente, privatizzato ma tale privatizzazione
dovrebbe
essere attuata in maniera completa. Quando la contrattazione dei
pubblici
comparti sarà realmente libera così come si conviene ad un sereno
rapporto
contrattuale? Quando sarà svincolata da pareri, opinioni e limiti che
rendono
la privatizzazione valida ed operante solo per ciò che penalizza i
dipendenti?
Quando anche per detti contratti varrà la basilare regola della
sinallagmaticità secondo la quale o i dipendenti vengono retribuiti
adeguatamente o si concorda una riduzione della prestazione fornita? E
badate
bene: non certo riduzione di orario a parità di stipendio ma riduzione
della
prestazione lavorativa in maniera proporzionale alla minore
retribuzione
corrisposta. Perché tutto ciò che non meraviglia in un rapporto di tipo
privato
diventa un tabù se è riferito a pubblici dipendenti e soprattutto se è
loro
favorevole?