selezione di miei articoli
comparsi alla fine degli anni '80 su: "Il Giornale del Mediterraneo"
QUOD
VITAE SECTABOR ITER?
Perchè questo titolo?
Sin dal primo numero di
questo giornale mi è stato
affidato in piena libertà (e di questo ringrazio il direttore) questo
spazio,
che io ho deciso di titolare sempre allo stesso modo. Cos'è "Quod vitae
sectabor iter?"? Si tratta di un luogo d'incontro, non già di un modo
per
impartire lezioni, non voglio nè potrei viste le mie capacità e la mia
poco più
che ventennale esperienza di vita. Dicevo un luogo d'incontro, di
scambio di
opinioni o più precisamente di un'occasione per riflettere insieme su
argomenti
di genere vario, ma che comunque sia che si tratti di politica, sia che
si tratti
di morale o costume, hanno come riferimento comune l'uomo nella
pienezza della
sua peculiarietà, nella completezza del suo essere uomo portatore di
diritti e
di doveri, ma senza mai perdere di vista la sua essenza, il significato
della
sua vita e quello che deve essere fatto perchè la vita stessa non vada
sprecata, non sia consumata in un esistenza stanca, ripetitiva non
qualificante
e tutto ciò ovviamente non esclusivamente come autorealizzazione, ma
fondamentalmente come attuazione di una umanità comune. So che tutto
ciò è più
semplice a dirsi che a farsi, ma parimenti ritengo che sia possibile
partendo
innanzitutto da una sempre maggior presa di coscienza da parte di un
sempre
maggior numero di persone, della verità dei valori umani di rispetto e
solidarietà.
Mi auguro che lo spazio che occupo in questa pagina di questo giornale
possa
contribuire a ciò, stimolando a parlare di questi temi ed a
confrontarsi su di
essi. Si può fare, la dimostrazione sta nel fatto che gli stessi miei
scritti
sono il frutto del confronto che io quotidianamente faccio con i miei
amici,
con la mia ragazza, con i miei familiari. In una battuta quindi: quod
vitae
sectabor iter? Mi propongo di seguire quel cammino che porta alla
realizzazione
dell'umanità e che non è possibile percorrere da soli, infatti ha una
particolarità: bisogna percorrerla insieme, con gli altri: IL "per
sè" non ha senso nè è possibile se non "per gli altri".
ma
l'america è ancora un sogno?
Sono trascorsi molti
anni da quando mio nonno
andava in America, viaggiava e viaggiava molti giorni prima di
raggiungerla,
prima di arrivare ed il tempo trascorreva lento ed il ritorno era più
lungo
dell'andata. "CQ 20 meter, Italy is calling USA". "Attention my
friend I'm from New York". Ed è subito America, che splendida
invenzione è
la radio, annulla le distanze e mi porta lì, tutte le sere se lo voglio
e
George così mi dice di essere nato in America, di abitare a Manhattan,
di
essere contento di parlare con me, gli piace l'Italia, il padre è di
Napoli e
la madre di Cattolica in provincia di Agrigento. Ne hai fatta di strada
George
eh? bravo! Sei contento di essere americano? sono contenti quelli che
lì si
sono stabiliti. Chissà se mio nonno vi fosse rimasto, forse anch'io
parlerei
dall'America e sicuramente sarei diverso. Ma io sono italiano e voglio
continuare ad esserlo. A volte mi chiedo cos'è che affascina di questa
grande
nazione, forse il fatto di essere proprio grande? O forse di essere
così varia?
O ancora quello di saper creare uomini come Mario Cuomo od Antonin
Scalia
figlio di un emigrato siciliano ed ora giudice della Corte Suprema, di
poter
creare l'homo novus, colui che si è fatto da sè, colui che dal niente
passa
alla storia? Molti dicono che sia per queste cose che l'America attrae,
ma io
credo che non sia così o quantomeno non solo per questo. Da noi tutto è
particolarizzato, non individualizzato come in America, proprio
particolarizzato e questo è deleterio, l'Italia si dimostra sempre più
uno
Stato abitudine (vale a dire:c'è? ebbene continui ad esserci, per
inerzia), non
una nazione. In Italia come in America nascono tanti club, tante
associazioni,
ma non credo che il modo di porsi dinanzi a queste realtà nei due paesi
sia lo
stesso e credo che questo sia sintomatico. Credo che lì vi sia un più
radicato
spirito di comunanza, che vi sia l'orgoglio di appartenere ad un gruppo
sia
pure di ex allievi, di lavorare per esso, così come credo vi sia il
grande
orgoglio di essere americani. In Italia invece vedo ed esperimento
continuamente come si uniscano solo interessi particolari, come tutt'al
più ci
si lasci prendere da uno scialbo campanilismo. La gente espone la
bandiera solo
quando c'è la partita, poi mai la onora: se viene suonato l'inno
nazionale la
gente ride, è distratta, ma le persone sentono e si rattristano e
questi gesti
esteriori, tali solo perchè fuori di noi si compiono, se non vengono
interiorizzati e compresi non daranno mai i risultati dovuti. A volte
sembra
che alla gente non importi di essere italiana, sarebbe probabilmente la
stessa
in un altro posto. E forse è anche vero: la gente è gente ovunque e
comunque.
Mi chiedo se è giusto che sia così, se la nostra storia continuerà ad
essere
fatta solo da grandi personaggi, oppure se un giorno, che io mi auguro
vicino,
l'Italia ormai cresciuta e cosciente di sè stessa e delle sue
potenzialità,
cessi di essere un insieme di insignificanti villaggi per divenire
sempre più
protagonista di un mondo pacifico, di un'Europa moderna. Vorrei
un'Italia in
grado di esprimere non solo grandi personaggi, ma soprattutto grandi
personalità, infatti solo la matura coscienza di una nazione può
esprimere
personalità come John Kennedy o Luther King e solo quando nuovamente ci
saremo
creati questa disposizione interiore potremo dare avvio ad un nuovo
Rinascimento. Questa realtà oggi appartiene indubbiamente all'America, essa ha il ruolo trainante soprattutto in
certi settori. Ed allora, volete sapere cosa farò da "grande"? mah,
tra le altre cose spero di vedere l'America, le sue glorie e le sue
debolezze,
la sua vita e la sua verità, ma soprattutto la sua volontà, la sua
sempre
continua e crescente voglia di esserci.
La condizione
giovanile
Da sempre o per meglio
dire da quando ho memoria ed
anche in questi ultimi giorni in occasione dei pomposi discorsi dei
politici
che hanno dato inizio ufficialmente all'anno scolastico, sento dire che
i
giovani sono la speranza degli adulti e della nazione. Ritenendo vera,
anche se
decisamente retorica l'affermazione, devo però aggiungere che vi sono
indubbiamente degli elementi che ostacolano questa speranza, delle
incertezze
che crucciano i giovani e che non appartengono loro fisiologicamente,
che non
sono cioè certamente dovute a crisi esistenziali. La condizione
giovanile oscilla
oggi tra il malessere e l'impegno: manifestazione del malessere sono
purtroppo
la droga, l'emarginazione, suicidi dei quali e con troppa meraviglia
oggi si
parla; manifestazioni dell'impegno le svariate attenzioni al sociale,
al
prepolitico. Ma tra il malessere e l'impegno c'è dell'altro, primo fra
tutto il
disimpegno ed il disimpegno da dove nasce? Dai troppi telefilm
americani? Dalle
abitudini sonnacchiose? Questo forse qualcuno ha interesse a farlo
credere, ma
in realtà queste cose sono manifestazioni del disimpegno, non cause, ma
allora
da dove? Probabilmente dal non credere alla vera politica a quella cioè
che
vede ciascun uomo come soggetto di partecipazione, come fonte di idee,
come
cittadino sottoposto alla autorità statuale e solo a questa e come
elemento che
legittima e giustifica l'esistenza di uno stato organizzato e delle sue
regole.
Tutto ciò però da molti è considerato solo un'utopia e molti giovani
vedono
solo un altro tipo di politica,quella cioè che considera l'uomo
unicamente come
fonte di voti, come strumento e non come fine di un progetto che ai
giovani non
interessa, perchè non è un progetto diretto al benessere della
collettività, ma
al quale soggiacciono, subendo spesso anni di umiliazione e di supina
dipendenza, stando buoni, in rassegnato silenzio, ma con tanta amarezza
dentro,
nella speranza che un giorno qualcuno si ricordi della loro esistenza,.
Qualcuno dice che bisognerebbe fare da soli, ma non si può pretendere
che tutti
di punto in bianco ci si trasformi in imprenditori, non ne abbiamo
ancora la
mentalità, che bisogna però iniziare a formare perchè la crescita
sociale e
culturale del meridione passa certamente anche un'adeguata crescita
economica.
Con questa situazione sorge spontaneo chiedersi come farà la Sicilia a
divenire
coprotagonista nell'Europa del '92. Certamente non accadrà ciò che è
accaduto
in un mio incubo e cioè che i giovani siciliani inadatti alla nuova
realtà
vengano destinati nella stragrande maggioranza, così come tanto
prodotto della
nostra agricoltura, all'Aima..., ma il rischio dell'isolamento esiste
ed
evitarlo ritengo sia fondamentalmente compito dei nostri rappresentanti
all'Assemblea Regionale. Speriamo quindi che gli stessi dispongano
interventi
più consistenti ed adeguati in favore di quei giovani tanto spesso
retoricamente ricordati come pupille di una Sicilia ormai purtroppo
cieca.
Democrazia:
sudditanza politica e mala-educazione
I partiti nella nostra
realtà significano ormai tutto.
Partitocrazia è una parola fin troppo sfruttata, brutta ma di grande
significato e che purtroppo non ci fa più riflettere. Tutti ci siamo
abituati,
a tutto si fa il callo. Il modo di procedere che è ormai prassi nella
nostra
amata repubblica, lo conosciamo bene. Raccomandazione è poi, un'altra
delle
parole più conosciute, e sia partiti che raccomandazione sono due
termini che
da chiunque vengono rapidamente associati naturalmente perchè l'ultimo
è
effetto del malcostume imperante che si origina dai partiti. Essi ormai
dominano tutto, nè uomini nè cose si muovono senza il loro intervento o
nulla-osta. Ma quello che a me preme sottolineare è come ormai a questa
realtà,
ridicola e mortificante per un paese e per dei cittadini che si dicono
civili,
si aggiunge un'altro gravissimo fenomeno, cioè l'educazione conforme a
questo
stato di cose che i genitori danno ai propri figli. Non si insegna più
ad
essere tolleranti, tendenzialmente giusti, coerenti e civicamente
responsabili,
anzi si stimola la propria discendenza ad essere ambiziosa,
egoisticamente
senza scrupoli e non curante degli interessi della comunità. Spesso
anche se il
figlio non è d'accordo col genitore non cambia niente ed il giovane non
essendo
capace di incidere sulla società viene riassorbito in questa logica
distorta.
Se, infatti, per fare qualche esempio, il Partito leghista italiano
proponesse
che gli abitanti di ciascuna regione devono alimentarsi con ciò che
producono o
se la Democrazia Craxiana (nuovo nome proposto per un famoso partito
italiano
ma poi abbandonato, nonostante il dispiacere del suo segretario che
voleva
possederlo oltre che di fatto anche di nome, per motivi di opportunità:
vale a
dire già basta una sola Dc, non è il caso di farne un'altra) volesse
far
immettere in commercio i vecchi televisori che ricevevano solo due
canali - il
secondo della Rai e quello del biscione naturalmente - molti genitori
non solo
si autoconvincerebbero della giustezza della proposta ma
escogiterebbero le più
genuine, innocenti e realistiche motivazioni per convincere il pargolo
che con
grande gioia allevano secondo i canoni educativi di assoluto
conformismo. I
partiti, dal canto loro, hanno la necessità del consenso ma i cittadini
hanno
bisogno dei partiti, allora che fare? Meglio cavalcare la tigre! Se è
vero
infatti che l'intelligenza è la capacità di adattarsi alle varie
situazioni,
dobbiamo dedurre che non esiste sul nostro pianeta un popolo più
"intelligente" degli italiani, ma ciò detto ed è chiara l'ironia,
resta al cittadino la responsabilità politica della situazione che si è
creata
nel paese, per cui la prima regola dovrebbe essere: non dare il voto a
chi ti
ha fatto un favore. Infatti se ciò che si è ottenuto era un diritto,
l'aiuto
ricevuto non è stato un regalo ma un semplice atto di giustizia e non
sarebbe
degno di essere votato chi facesse apparire come un favore ciò che si è
ottenuto in offesa alla giustizia squalifica ancor di più una persona
con
pubbliche responsabilità. Non si sfugge al dilemma. Il dato di fatto
comunque è
quello che le cose non migliorano, anzi... Già ai suoi tempi Dante
Alighieri
nella divina commedia prendeva atto con amarezza che le cose non
andavano,
così come noi prendiamo atto che le
cose in sette secoli non sono cambiate, dicendo:-Italia Italia di
dolore
ostello, nave senza nocchiero in gran tempesta, non donna di provincia
ma
bordello-.
Educazione civica ed
incertezza
La situazione nel
nostro paese diviene di giorno in
giorno sempre più insostenibile, non solo perchè così in realtà è, in
ordine ai
problemi della malavita e del malcostume politico, ma anche perchè al
danno ora
si aggiunge la beffa. E' obiettivamente giusto che si ricordi alla
gente che è
doveroso collaborare con la giustizia ma mi chiedo come ciò, pur
essendo
necessario, si possa pretendere nella nostra realtà. Mi spiego meglio:
L'omertà
è un comportamento che deriva da un modo di pensare, infatti non si
parla
perchè si ritiene giusto non parlare, perchè si è "uomini
d'onore", perchè chi parla è "sbirro": non credo
che nella maggior parte dei casi sia
così, in realtà non si parla perchè in uno Stato incapace di proteggere
i
cittadini si ha paura, perchè chi parla passa guai o addirittura muore.
La
riflessione è molto semplice e sebbene io possa comprendere la
necessità di
fare rilevare tali cose ad un settentrionale, che non vive immerso in
questa
realtà, non riesco a capire come un sardo non percepisca quelle
sensazioni di
abbandono e di minaccia che nelle nostre regioni sono purtroppo
brutalmente
percepibili. Ho la netta sensazione che quando lo Stato si scopre
impotente,
invece di provvedere, da la colpa ai cittadini. Non è certo un
comportamento
esemplare, così come non è un provvedimento appropriato quello di
sospendere la
caccia nelle regioni ad alta densità mafiosa. Anche in questo caso è
semplice
rilevare che gli omicidi di mafia oggi vengono eseguiti nella
stragrande
maggioranza dei casi con armi automatiche più precise e micidiali della
doppietta. Aggiungo a scanso di equivoci che non sono un cacciatore e
che mi
meraviglio molto di quegli ambientalisti che sono tali prima di essere
cittadini e che invece di denunciare la demagogia del governo sfruttano
ogni
occasione favorevole per limitare la caccia stessa. Come fa, mi chiedo,
uno
Stato che pone il segreto sui documenti della Prima Commissione sulla
mafia, a
pretendere eroismo dai suoi cittadini? Come può pretendere questo un
parlamento
che non si è mai posto il problema di votare una legge per sbloccare
questa archiviazione
forzata? Come si può essere disposti al sacrificio in quello stato dove
il
sospetto nasce e non muore più, dove non si fa chiarezza? Mi riferisco
ad
esempio al caso Brenneke: questo
signore ha detto delle cose ben precise, ci sono state delle smentite e
la cosa
è finita qui. Nessuno si è preoccupato di dimostrare la verità. C'è
stata solo
la certezza, affermata da un tribunale americano che Brenneke è stato
alle
dipendenze della Cia ma per il resto non si sa più niente. E' giusto
che in uno
stato civile qualcuno faccia nascere il sospetto e che nessuno, nemmeno
il
sospettato, faccia nulla per dimostrare il contrario a tutela della
propria
correttezza e dignità alla quale fino ad allora tutti assolutamente
credevamo e
che ci si ritenga soddisfatti per il solo fatto che tutto si risolve
nel
silenzio, qui si, di uno Stato omertoso? Cosa fanno quegli stessi
uomini
politici, che piangendo sulla tomba di troppi magistrati dimostrano
chiaramente
la loro incapacità, a non prestare attenzione alle ventidue relazioni
inviate
al Parlamento alle due proposte di legge sul riciclaggio e sui pentiti
ed alle
decine di segnalazioni e proposte avanzate dalla Commissione Antimafia?
Come ci
si può limitare ad essere contabili delle stragi trovandosi
istituzionalmente
investiti della responsabilità di evitarle? Uno stato deve pretendere
si lealtà
dai suoi cittadini ma non può esigere martiri per la sua inettitudine.
E tutto
ciò volendo escludere la possibilità di malafede o connivenze che ci
renderebbero più simili alla Colombia piuttosto che ad un paese degno
di
partecipare alla civile ed ormai attuale realtà europea.
pace
e benessere nel mondo che cambia
Il 1989 ci era stato
presentato come un anno
particolare: l'anno del "grande cambiamento". Come conseguenza del
cambiamento in Unione Sovietica avveniva la caduta dei regimi
totalitari nei
paesi satellite ed infine nel '90 il segno più tangibile di queste
modificazioni: il crollo del muro di Berlino e la riunificazione
tedesca. Il
1990 presentato quindi come l'anno in cui la storia era finita, l'anno
in cui
gli opposti venivano conciliati e si perveniva al risultato felice di
un solo
grande unico occidente. Ma era da poco trascorsa la prima parte
dell'anno e
subito la questione Irakeno-Kuwaitiana riportava alla nostra attenzione
il
problema non certamente risolto anche se ora si trovava spostato in
un'altra
area nella quale già da tempo per altro si avevano sintomi ben precisi
e
pesanti. Risolto ora secondo alcuni quest'altro problema (ma è
veramente
risolto? Quella presa è una soluzione, anche rispetto alla generale
situazione
del medio oriente?) viene a galla "il vero problema" quello che la
maggior parte degli occidentali, siano essi potenti o semplici
cittadini, non
vede, o a seconda dei casi preferisce non vedere, vale a dire il
contrasto tra
il nord ed il sud del mondo, tra l'opulenza e la povertà estrema, tra
due
realtà talmente distanti da apparire inconciliabili. Questa situazione
ci viene
rammentata anche dall'ultimo rapporto della Banca Mondiale dedicato
quasi
interamente alla povertà nel mondo. In esso si dice, tra l'altro, che
nei paesi
in via di sviluppo oltre un terzo della popolazione è al di sotto della
soglia
della povertà, negli stessi il reddito medio degli abitanti non supera
di
regola il 3% del reddito di un italiano. Tutta questa situazione è
originata da
cause svariate, a volte imputabili anche ai governi di quei paesi, ma
una
soluzione bisogna pure trovarla ricordando che essi da soli non sono in
condizione di farlo. Nella maggior parte di questi stati ampie parti
del
reddito nazionale, quando non addirittura gli aiuti internazionali,
vengono
impiegati nel pagamento degli interessi sul debito estero ed è chiaro a
tutti
che procedendo di questo passo non sarà più possibile per loro
risollevarsi da
questo terribile stato di crisi economica e di conseguenza spesso
culturale,
morale, politica. Unica via di uscita la solidarietà che in questo caso
deve
instaurarsi nei rapporti internazionali. I paesi in via di sviluppo
infatti
hanno assolutamente bisogno che i paesi ricchi adottino comportamenti
solidali
e responsabili cancellando parte dei debiti, talvolta peraltro
inesigibili e
favorendo con massicci aiuti lo sviluppo in quei paesi, consci del
fatto che
solo una reale crescita sarebbe certamente fonte di benessere e di
maggiore
stabilità politica, non solo per quei paesi che ora ne soffrono la
mancanza ma
in definitiva per il mondo intero.